Il governo approva il decreto eliminando il passaggio di Eur Spa al Campidoglio. Dalla Lega un duro attacco: crescerà soltanto la spesa Alemanno: un successo di tutti. Polverini frena, restano le nostre competenze Nuntio vobis gaudium magnum. «Ce l'abbiamo fatta» esulta il sindaco Alemanno uscendo da Palazzo Chigi, piantonato sin dal mattino per evitare brutte sorprese. «Nell'ultimo giorno utile il consiglio dei ministri ha approvato in prima lettura il decreto legislativo per Roma capitale», declama. «Un fatto estremamente importante e un segnale politico nei confronti dell'unica capitale europea sprovvista di uno status particolare». Sprizza felicità da tutti i pori, l'inquilino del Campidoglio: neppure il rifiuto opposto dai funzionari del governo a utilizzare la sala stampa, che verrà battezzata dal neopremier la prossima settimana, riesce a guastargli l'umore. «Ora abbiamo 90 giorni per il passaggio parlamentare e il varo definitivo», avverte Alemanno, ma si capisce che ormai è fatta. Riprendendo per i capelli un provvedimento lasciato cadere dal precedente esecutivo, l'era Monti si apre dunque con l'attribuzione alla città eterna di funzioni inedite (ma sarà la Regione, con propria legge, a decidere quali) e più autonomia amministrativa, senza però «maggiori oneri a carico della finanza pubblica». Lo dice chiaro il presidente della Provincia Zingaretti: «Il nuovo governo ha fatto in tre giorni quel che l'asse Pdl-Lega non è riuscito a fare in tre anni e mezzo». Una frecciata che segnala il fallimento del centrodestra sul tema delle riforme e precipita nell'imbarazzo il sindaco. Costretto prima a dichiarare che si tratta di «un successo del Pdl perché era stato il governo Berlusconi ad elaborare il decreto» e poi ad ammettere che «si tratta di un successo di tutti, trasversale, nei confronti di chi voleva discriminare Roma». Ovvero la Lega che «dopo la questione dei ministeri al Nord si è messa totalmente di traverso», attacca Alemanno. «Oggi che sta all'opposizione, i suoi veti sono stati superati». Veti tuttavia rivendicati con orgoglio dai big del Carroccio. «Se il buongiorno si vede dal mattino, questo è un pessimo giorno», il saluto del governatore veneto Luca Zaffa. «Sono onorato di aver bloccato nelle ultime due sedute del consiglio dei ministri il decreto su Roma Capitale», gli fa eco Roberto Calderoli. «Quel decreto era impresentabile e inaccettabile, come peraltro testimoniato dalla contrarietà della governatrice Polverini. Stupisce che un governo che a parole nasce per mettere in sicurezza i conti dello Stato approvi, come suo primo atto, un decreto che servirà soltanto a promuovetela spesa pubblica di un Comune che ha creato il più grande debito pubblico della storia, una cicala che ha già ricevuto troppo». Dichiarazioni che uno spaesato Maurizio Gasparri finge di non sentire, insistendo sul «successo frutto dell'intesa tra Pdl e Lega: se oggi il governo ha potuto varare il decreto è perché quella intesa ha retto». «Padani incazzati» a parte (copyright Matteo Salvini), il tripudio in riva al Tevere è bipartisan. Di «festa per tutti i romani» parla uno dei "padri" della riforma, il senatore poi defenestrato dalla giunta Mauro Cutrufo. «La strada è ormai in discesa» sorride l'ex sottosegretario Giro. Con mezzo parlamento pd, da Gasbarra a Meta e Ranucci, a ringraziare «Monti per aver riattaccato la spina alla città». E se il capogruppo capitolino udc Onorato dice che «è stata restituita centralità a Roma», finora «ostaggio della Lega» secondo il consigliere Coratti, il capogruppo Marroni definisce il decreto «una scatola vuota» e chiede che sia «l'Assemblea capitolina a definirne i contenuti reali».