Primo passo del governo. Calderoli protesta, ma il Pdl incassa anche per la Lega la vittoria del progetto federalista ROMA Che la Lega sia passata all'opposizione lo si vede dal fatto che Roberto Calderoli, Maurizio Gasparri e Fabrizio Cicchitto non si telefonano nemmeno più prima di dettare commenti alle agenzie di stampa. Così, in occasione del primo Consiglio dei ministri dell'era Monti completamente dedicato ad approvare - nell'ultimo giorno utile - il decreto attuativo delle funzioni di «Roma Capitale», succede che mentre l'ex ministro leghista della Semplificazione ulula il suo «Basta soldi a Roma!», dal canto loro i capogruppi pidiellini di Camera e Senato rivendicano il passaggio come «un successo del Pdl e della Lega». Se per Calderoli è un «onore» aver «bloccato nelle ultime due sedute del Cdm il secondo decreto legislativo» che servirà solo "a promuovere la spesa pubblica a vantaggio di una cicala che ha già ricevuto troppi soldi», mentre gli ex alleati di governo esultano come fossero i protagonisti assoluti dell'operazione, Gasparri e Cicchitto incassano vittoria (del Pdl e dei separatisti padani) e attaccano «quanti a sinistra erano scettici nei confronti del federalismo fiscale». Gode fino in fondo, invece, Gianni Alemanno che fin dal mattino aveva atteso - insieme ai consiglieri di maggioranza assembrati fuori Palazzo Chigi - l'approvazione del decreto che conferisce al Comune di Roma (consiglio, giunta e sindaco) una maggiore autonomia governativa, anche se per regolare la devoluzione dei poteri ci vorrà anche una legge regionale specifica un nuovo statuto della città e nuovi regolamenti attuativi. Incassato il via libera. il sindaco di Roma ha perfino brindato malgrado il governo Monti non abbia ceduto sulla partita che più gli stava a cuore: il mantenimento del numero di consiglieri comunali agli attuali 60 anziché ridurli a 48 come prevede il testo unico sull'ordinamento degli enti locali. Anche l'opposizione però, esulta «Se avessimo atteso Alemanno e Berlusconi per far approvare il decreto oggi nessuno avrebbe festeggiato», è la stoccata del segretario del Pd Roma, Marco Miccoli. Mentre il capogruppo democratico in consiglio comunale, Umberto Marroni, chiede un'Assemblea Capitolina straordinaria per «definire i contenuti reali del decreto e rendere effettiva la devoluzione del poteri necessaria a rendere più efficiente ed efficace l'azione della macchina amministrativa e a semplificare la vita dei cittadini romani». «Per noi - conclude Marroni - il decreto per Roma Capitale è solo un primo passo verso l'attuazione del progetto più ampio dell'area metropolitana, come I'lle de France per Parigi». Il decreto emanato dal Cdm (che passerà ora al vaglio del Parlamento e poi tornerà in Cdm per una seconda lettura) istituisce «la Conferenza delle Soprintendenze ai beni culturali del territorio di Roma capitale» con funzioni di valorizzazione (e non di tutela) dei beni storici, artistici, ambientali, fluviali e paesaggistici della città, e conferisce funzioni e compiti in materia di commercio, turismo e Protezione civile. Un intero articolo è dedicato al passaggio delle «funzioni di competenza del Ministero per i beni e le attività culturali relative al Teatro dell'Opera di Roma dotato di autonomia gestionale, finanziaria e patrimoniale», all'ente «Roma capitale». Lo Statuto della Fondazione Teatro dell'Opera di Roma sarà adeguato al decreto, entro 90 giorni dall'entrata in vigore, per «assicurare la separazione tra le funzioni di vigilanza e le funzioni di gestione".