Chissà se un tecnico a capo del ministero dei Beni Culturali ha lo stesso impatto di un banchiere alle Attività produttive e sul rilancio dell'economia. E' comunque un fatto che il neo ministro Lorenzo Ornaghi istituzionalmente sembra aver le carte in regola per far accendere un po' di speranza su Milano (anche se ieri, nella sua prima uscita pubblica, a Palazzo Reale, non s'è sbilanciato; e forse non poteva, tenendosi oggi il primo Consiglio dei ministri). Come rettore della Cattolica conosce bene: il mondo giovanile e, quindi, le aspettative di futuro; i colleghi (del suo ateneo e delle altre eccellenze universitarie milanesi) impegnati nei vari settori; la realtà di musei, esposizioni, teatri, orchestre, mondo associativo che costituisce il tessuto attorno a cui si aggrega la cittadinanza attiva. Dal punto di vista pratico ha imparato che di mezzi economici ce ne son sempre stati pochi per le «cenerentole» dei bilanci pubblici, e cioè espressioni culturali e formazione, ma da rettore di un'università libera s'è dovuto fare esperto nel reperire risorse private, nell'immaginare collaborazioni tra tutti quelli che non sono disposti ad arrendersi all'antica dicotomia pubblicoprivato, nel fare rete con chi crede sia un bene prioritario investire su risorse ed energie umane, intelligenze, creatività, spirito d'iniziativa. Milano, si sa, ha bisogno di mezzi per dare attuazione a progetti accarezzati da tempo, come la Grande Brera o il Museo di Arti Orientali (e, più in generale, di etnie e culture) in modo da recuperare il ruolo proprio di ponte tra genti, storie, esperienze più diverse. Ancora, per sostenere realtà dove cultura e natura si integrano connotando l'ambrosianità, come i Navigli di Leonardo, e aree specifiche quali il Parco delle Basiliche e quelle del futuro come l'Expo. Ma Milano ha anche bisogno di recuperare un capitolo della sua storia. Si chiamava mecenatismo in giorni gloriosi. Ora va adattato a tempi e modi. Se non sono più le famiglie blasonate o i fondatori capitani d'industria a disporre di lasciti importanti, ci son forze economiche da coinvolgere e a cui imparare a rivolgersi in modo utile e corretto. Queste chiedono però progetti chiari, perché, se si sono esauriti i rubinetti del «pubblico» per i finanziamenti a pioggia, in parte talvolta dispersi e vanificati dalla distorsione delle appartenenze politiche, è finita anche l'epoca dei privati che sponsorizzano in modo generico. Milano è un laboratorio anche dal punto di vista della cultura. Tocca al «governo tecnico» dare un segnale; la città saprà fare la sua parte. E' un laboratorio per le istituzioni già affermate, lo è per quelle che nascono pure in tempi di crisi dando testimonianza preziosa di veri e propri giacimenti culturali (esempio eclatante è la raccolta di Fondazione Cariplo e Banca Intesa inaugurata nei giorni scorsi in piazza Scala, nella sede dell'ex Comit), lo è per quel fiume carsico che tante volte emerge e alimenta di energie e motivazioni centri e fondazioni culturali, i luoghi cioè della Milano che partecipa e pensa ai destini comuni, discute, anima il centro e le periferie, impara a leggere i mutamenti e, con l'aiuto della cultura, appunto, a governarli, senza paure o resistenze. Ingrediente vitale della buona politica, anche.
Il rilancio della cultura
Il neo ministro Lorenzo Ornaghi, capo del ministero dei Beni Culturali, sembra avere le carte in regola per far accendere speranza su Milano. Ha una buona conoscenza del mondo giovanile, dei colleghi universitari e della realtà culturale della città. Ha imparato a reperire risorse private e a fare collaborazioni tra enti pubblici e privati. Milano ha bisogno di mezzi per attuare progetti come la Grande Brera e il Museo di Arti Orientali. Il governo tecnico deve dare un segnale, mentre la città saprà fare la sua parte. Milano è un laboratorio per le istituzioni, sia affermate che nuove, e per i centri e fondazioni culturali che partecipano ai destini comuni.
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