L'artista, nipote dello storico ciabattino Lemano, sta lavorando sul Pulpito della Resurrezione Svèta Gennai, genio in fuga, artefice di operazioni in Italia e all'estero «E' come se l'opera mi stesse chiedendo aiuto e con lei l'autore» VOLTERRA.Sta partecipando al restauro del Pulpito della Resurrezione di Donatello nella basilica di San Lorenzo a Firenze, in collaborazione con l'Opificio di pietre dure. E' stata l'artefice di grandi operazioni conservative in Italia e all'estero, spostandosi da Firenze a Pistoia, a Salisburgo. Ma le sue origini sono volterrane. Lei è Svèta Gennai, restauratrice diplomata all'Accademia delle Belle Arti, poi appunto all'Opificio delle Pietre Dure. E infine Gennai laureata in Conservazione dei beni culturali, accreditata presso le Soprintendenze toscane, nonché nipote dello storico e mai dimenticato mastro calzolaio Lemano Gennai, è uno dei tesori di cui il Colle può farsi vanto. Artista fertile ed entusiasta Svèta può considerarsi uno di quei classici cervelli in fuga dal proprio luogo di nascita, alla ricerca di un mondo che accolga i suoi talenti e le sue mani caparbie e pazienti. «Perché per riportare un'opera d'arte al suo antico splendore - dice Svèta - ci vuole costanza e passione». Camice bianco, mascherina, occhialoni, bisturi e lente d'ingrandimento, la sua giornata inizia di buon mattino. Quando sale sul ponteggio e analizza centimetri di bronzo. «E' come se l'opera mi stesse chiedendo aiuto - aggiunge la restauratrice - e con lei l'autore». Al di là dei secoli, dello spazio. «Cominciare un lavoro nuovo è rinascere, è rimettersi ogni volta in discussione». E accettare la sfida significa individuare i metodi di pulitura ad hoc. Ultrasuoni, vibroincisori, polveri abrasive vegetali, graniglie di nocciolo o mais, solventi e tecniche laser. «Sono specializzata in metalli - sottolinea Svèta - e le metodologie di restauro variano a seconda del luogo in cui è confinata l'opera in questione. Se è stata all'esterno, soggetta agli agenti atmosferici o all'interno. In tutti i casi però è una lotta al degrado». Dove, dopo l'oscurità, lo sporco, i segni del tempo, torna a splendere il gioiello d'arte nascosto. E' la storia dell'Attys di Donatello, dei bronzi nel giardino dei Boboli, del Capitello di bronzo a sostegno del Pulpito di Donatello a Prato. E' la storia dei lavori a cui Svèta ha preso parte. Lavori che arricchiscono, giorno dopo giorno, il suo curriculum, «anche se non è facile - azzarda la giovane artista - entrare in un mercato già frequentato da restauratori di vecchia data, dove mancano i fondi e per vincere le gare d'appalto si deve puntare a ribassi esagerati. Le domande presentate ai musei poi rimangono spesso inascoltate e prima di avere una risposta ad un progetto di collaborazione rimani in standby per un periodo indefinito». Proprio come è successo per il Museo Guarnacci che da anni custodisce inutilizzato il suo curriculum. Svèta però non si scoraggia e per seguire il suo sogno mette in conto viaggi, spostamenti, levatacce e una ditta di sua proprietà, fondata nel 2005, che porta il suo nome.