La gestione dei Beni culturali ha problemi incancreniti che forse la scarsità stessa delle risorse può costringere ad affrontare, perché l'essere costretti a risparmiare ci obbliga a ripensare anche ai criteri della nostra spesa. L'organizzazione del Mibac (Ministero per i beni e le attività culturali) è concepita nella convinzione che la protezione dei monumenti e del paesaggio spetti allo Stato, al ministero stesso e ai suoi organi periferici, ai Soprintendenti regionali e a quelli locali, cui spetta di prendersi cura in prima persona del loro restauro quando lo realizzino direttamente tutt'al più ricorrendo a qualche consulenza specialistica e sorvegliando quelli compiuti da altri soggetti. Questo modo di vedere, accentuatamente centralistico, è radicato in una discutibile interpretazione del dettato costituzionale, dove si legge che «La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione», senza tenere nel debito conto il dibattito dell'Assemblea Costituente: lì il testo proposto originariamente recitava «Lo Stato protegge...» e venne consapevolmente mutato in quello che conosciamo, dove a tutelare paesaggio e patrimonio artistico è la Repubblica, e la Res publica è costituita sì dallo Stato ma a eguale titolo dalle Regioni, dai Comuni e dagli stessi cittadini che desiderino farsene carico. Che il ministero abbia consolidato la posizione eminente e privilegiata dello Stato, ignorando il significato reale dei termini e identificandolo tout court con la Repubblica, è connaturato al nostro processo di centralizzazione, ma è un punto di vista che occorre da tempo rivedere. Oggi di fatto ogni Regione ha almeno un facoltà di architettura i cui docenti insegnano Restauro dei monumenti e che, dobbiamo supporre, hanno vinto concorsi che ne certificano le competenze, sicché a loro dovrebbero venire affidati i restauri dei monumenti e, dal momento che quei monumenti sono l'esito della volontà estetica dei cittadini espressa nel corso dei secoli, toccherà a loro farsene carico. E del resto il nostro Paese è percorso da molte e diffuse iniziative di istituzioni, di fondazioni, di gruppi di cittadini che hanno acquisito una piena consapevolezza del significato simbolico del nostro patrimonio artistico, e sarebbero in grado di adottare quelli più significativi ricorrendo alle competenze delle università locali. D'altra parte occorre anche sottolineare come il personale delle soprintendenze non sia in realtà particolarmente qualificato beninteso non intendo con questo giudizio fare d'ogni erba un fascio e molto spesso forte soltanto della presunzione dovuta al ruolo istituzionale piuttosto che a specifiche competenze, di certo spesso non molto solide. Sicché il controllo cervellotico delle soprintendenze non viene vissuto, talora, come un competente supporto ma l'eccentrica e arrogante manifestazione di un punto di vista più che discutibile, e invece che collaboratrici al fianco delle nostre iniziative di valorizzazione vengono avvertite come un vero e proprio ostacolo senza contropartite, una manifestazione tra le altre di uno Stato nemico dei cittadini. Allo stesso modo le Regioni hanno spesso fatto ricorso ad esperti di paesaggio che hanno formulato piani paesistici molto accurati, piani che dimostrano un' ammirevole volontà di cura del proprio territorio, e se appare ragionevole una concertazione con il ministero, meno sensato è che i soprintendenti debbano avere ancora una sorveglianza una volta approvati i piani paesistici. Ecco che molto personale e molte risorse potrebbero venire dirottati ad altri ambiti più urgenti che costituiscono invece una specifica competenza dello Stato, sicché il premere delle difficoltà finanziarie sarebbe una buona occasione per ritornare alla formulazione dei Costituenti, a riconoscere la piena legittimità nel campo della tutela del patrimonio culturale all'intera Repubblica e non soltanto alla Stato.