Un incontro con gli emissari della sala occupata rilancia il tema degli spazi I capannoni della Zisa come emblema di bene comune da recuperare, attorno al quale si sta stringendo una fetta di società civile Cè un corrispettivo architettonico dell«intelligenza degli elettricisti», come cantava Paolo Conte, quella che deve venire in soccorso per fare luce. I Cantieri culturali della Zisa sono uno spazio dotato di intelligenza elettrica, parlano di industria, di operosità, di tecnica e di futuro. Sono la memoria storica di una Palermo operativa e leader culturale. Ed è anche per questo che sono uno spazio di cui la comunità palermitana tutta non può essere privata. Condizione che ha trasformato i Cantieri, attraverso le attività del comitato I Cantieri che vogliamo e delle associazioni che vi sono strette intorno, nel luogo simbolo della battaglia della città sul bene comune e sugli spazi pubblici. Insomma, una sorta di gemello palermitano del Teatro Valle di Roma. Queste tematiche saranno oggetto di discussione oggi pomeriggio al Laboratorio Zeta dellincontro Beni comuni oltre la crisi, al quale interverranno Tania Garribba e Sylvia De Fanti del Teatro Valle Occupato di Roma, Vanni Santoni di Generazione Tq e Giuseppe Marsala de I Cantieri che vogliamo. Un incontro che sarà loccasione per incrociare esperienze diverse con il comune intento di riguadagnare spazi pubblici e soprattutto gestione partecipata dei luoghi e la definizione di cultura come bene comune. Allapprofondimento delle tematiche e alla mobilitazione cittadina contribuisce lurgenza dettata dal fatto che a pochi mesi dalla scadenza del suo mandato, lamministrazione Cammarata ha pubblicato un avviso di gara per lassegnazione dei Cantieri, sollecitando gli interessati a proporre le loro idee. Un avviso apparentemente aperto a tutti, ma che di fatto preclude la partecipazione a tutto il mondo no-profit, ma soprattutto che apre alla cannibalizzazione dello spazio schermandosi dietro una destinazione di massima ad attività culturali-ricreative. Contestualmente larea è rientrata nel master plan di Confindustria che la Regione ha subito provveduto a riconoscere con un decreto legge come strategicamente prioritario. «Alla vigilia della chiusura di unesperienza amministrativa responsabile dellabbandono dei Cantieri, lemissione dellavviso sembra essere un modo per ipotecare il futuro dei Cantieri - dice Francesco Giambrone, uno degli animatori del movimento dei Cantieri - escludendo la possibilità di una proposta partecipata, che venga dal basso, esattamente come sta accadendo al Teatro Valle, unesperienza costruita sul principio che la cultura è un bene comune». Ed è proprio per questo che si sta costruendo una rete civica di associazioni e di singoli cittadini che si sta stringendo intorno al lavoro svolto dal comitato I Cantieri che vogliamo, che si è riunito in questi giorni alla Vicaria, alla presenza di Emma Dante, e che ha come obiettivo prima di tutto quello di fare revocare lavviso e poi di organizzare una tre giorni in cui la città possa proporre la sua idea per riappropriarsi dei Cantieri. «In questa città la politica continua a ignorare chi pensa che si possa produrre cultura, economia e benessere secondo modelli differenti e partecipati. È il momento che si avvii un discorso pubblico, sulla cultura e sulla città», dice Giuseppe Marsala. I Cantieri della Zisa, oltre che il simbolo di una speranza interrotta, sono lesempio macroscopico dei luoghi sottratti alla città, ma proprio il comitato dei Cantieri qualche mese fa aveva censito oltre 200.000 metri quadri di spazi negati alla città. Lelenco comprende, oltre ai Cantieri, il Teatro Garibaldi, invischiato in un restauro che si sta rivelando più problematico del previsto, lEx Deposito locomotive di SantErasmo, Expa, la Fonderia Oretea, il Convento San Francesco dAssisi, Palazzo Gulì, Palazzo Sammartino, lex Chimica Arenella, lex stazione Sampolo. «Il discorso non deve riguardare solo gli spazi da recuperare, ma bisogna ricominciare mettendo alla base il concetto che la cultura non è merce sul mercato. La cultura è il tessuto connettivo che tiene insieme la società», dice Matteo Di Gesù, fra i primi firmatari del documento di Generazione Tq, il quale aggiunge: «Avere a Palermo una grande biblioteca che funzioni come quelle europee è un investimento che a lungo termine cambia la qualità della vita delle persone e non solo degli studiosi. Quello che dovrebbe fare una giusta amministrazione è porsi esclusivamente come amministratore, appunto, dei luoghi della cultura ai quali deve essere garantito il lavoro in autonomia. Così come lacqua non deve scorrere dai rubinetti per benevolenza di un partito, lo stesso vale per la cultura». Questa ultima affermazione che lega cultura e bene comune sarà il punto di partenza dellincontro di oggi al Laboratorio Zeta, luogo che da dieci anni ormai è un presidio di legalità, cultura e dialogo con la città. «Nellincontro di oggi, oltre che rimpiangere gli spazi negati mi sembra doveroso anche sottolineare gli sforzi di volontà che sono stati fatti in questi dieci anni disperati e che hanno portato al sorgere di molti spazi che in qualche modo hanno sopperito al vuoto proposto da questa amministrazione», dice Salvatore Cavaleri del Laboratorio Zeta. Il riferimento è a tutti quegli spazi in città che hanno significativamente contribuito allanimazione culturale della città: sono i piccoli teatri, spazi come la Vicaria, come il circolo 'Nzocchè o il recupero di Piazza Mediterraneo allAlbergheria, gli esperimenti sul verde pubblico fatti da Guerrilla Gardening, tutte dimostrazioni della diffusione in città della volontà di riguadagnarsi spazi urbani pubblici. Diventa urgente una riflessione collettiva su come sostenere queste esperienze. La presenza di due rappresentanti delloccupazione del Teatro Valle di Roma è centrale a questo proposito, non tanto perché il Valle rappresenta un modello in astratto a cui ispirarsi, ma soprattutto come incoraggiamento vista la portata politica dellesperienza del Valle. Ci sono differenze oggettive che non possono fare pensare che, per esempio, i Cantieri diventino un prossimo Valle a Palermo, una per tutte lo stato degradato in cui i padiglioni versano, abbandonati allincuria da anni. «Non siamo un modello, siamo una pratica costituitasi prevalentemente sul fatto che il Valle è stato occupato dai suoi lavoratori, cosa che ne ha consentito il funzionamento 24 ore su 24 in questi mesi - dice Tania Garribba del Valle - Ma sicuramente rappresentiamo unesperienza avanzata e in quanto tale possiamo essere utili ad altri teatri o ad altre realtà mirate alla riapertura di uno spazio abbandonato dalla politica, ridotto a spazio dimesso». Il Valle ha intrapreso anche unimportante riflessione con Generazione Tq sul tema della narrazione del contemporaneo, cogliendo la difficoltà dellarte a raccontare il presente. In modo che raccontare il presente possa essere il primo passo per tentare di trasformarlo.