Il neoministro per i Beni e le attività culturali Lorenzo Ornaghi avrà mille nodi da sciogliere, appena si sarà seduto sulla poltrona che fu di Alberto Ronchey, al quale si deve l'intuizione di un dicastero agile, capace di dialogare e confrontarsi col mercato senza subirlo. Ma questo è un altro discorso (anzi: è «il» discorso). C'è intanto una pratica che Ornaghi potrebbe chiudere immediatamente, a costo zero e con beneficio di immagine internazionale: la presidenza della Fondazione Biennale di Venezia. L'incarico di Paolo Baratta scadrà il 18 dicembre. Giancarlo Galan aveva giocato la carta del ricambio, designando il presidente e fondatore di Auditel, Giulio Malgara. Quel nome, per la sua lontananza dalla materia, aveva scatenato le proteste della città (il sindaco Giorgio Orsoni aveva parlato di «candidatura inadeguata») e di tutti gli addetti ai lavori. La Nuova Venezia ha raccolto 4.300 firme pro-Baratta (partendo da Alberto Arbasino e passando per Nicholas Serota, direttore della Tate Gallery a Londra, e Alfred Pacquement, direttore del Musée National d'Art Moderne, Centre Pompidou). Lo scontro alla Camera si è risolto con un parere non positivo della commissione Cultura. Ornaghi ha di fronte a sé una strada semplice, ineccepibile e che premia il merito: confermare Baratta alla guida della più prestigiosa istituzione culturale italiana. I risultati della sua gestione sono più che lusinghieri e riconosciuti (di qui le adesioni internazionali). Per la prima volta l'autofinanziamento per la Biennale Arte ha raggiunto la quota del 909 (su 13 milioni di euro) e la mostra fino a oggi ha totalizzato 390.000 visitatori, 1496 rispetto al 2009. L'attività educational ha coinvolto 16.000 ragazzi della regione Veneto. La sede di palazzo Giustinian è stata restaurata e riaperta alla città, e si potrebbe continuare a lungo. In una situazione come quella in cui si trova l'Italia, cambiare un cavallo che corre e vince sarebbe un errore fatale. Proprio quello in cui era caduto, davvero incomprensibilmente, Giancarlo Galan.