Lo Stato controlla enti e fondazioni, escludendo di fatto i privati E chi ostacola ogni novità, poi si lamenta della cattiva gestione. Il nuovo Ministro dei Beni culturali deve darsi un compito prioritario, se vuole anche lui concorrere a togliere l'Italia dalle secche: ripensare totalmente il sistema museale italiano. Per come è impostato oggi, fa acqua da tutte le parti. Non passa settimana senza qualche piccola polemica portata avanti da musei in difficoltà per mancanza di quattrini. L'accusato è sempre uno solo: lo Stato, ritenuto insensibile alla cultura. Da ultimo, alcuni giorni fa, il Museo Storico della Resistenza di Sant'Anna di Stazzema, che ha minacciato la chiusura per i tagli ricevuti dal Ministero. Considerata la tipologia di museo, è subito sorta la trita polemica di un governo ormai dimissionario di centro-destra che «volontariamente» mortifica la memoria della Resistenza, salvata invece in extremis dai finanziamenti offerti dalla Regione guidata dal centro-sinistra. Ma Stazzema o meno, il problema di come tenere in vita il nostro patrimonio museale è questione di estrema importanza, e il nuovo Ministro dovrà prenderla di petto. Ogni museo è una storia a sé. E le storie sono tante. Considerando solo i musei, siamo a quota 3.400 circa nel nostro Paese. Di questi, poco più di 200 sono gestiti direttamente dallo Stato. La restante quota è in mano a diversi soggetti: enti territoriali, istituti non profit, enti religiosi. Per lo Stato, però, ogni storia va trattata allo stesso modo. Infatti, quei 200 musei di pertinenza statale sono gestiti come se fossero una "sede distaccata" del Ministero, semplici uffici periferici. Non è accordata loro alcuna autonomia, nemmeno un briciolo. Per autonomia si intende sia quella gestionale che quella finanziaria (è un paradosso, ma è cosi, questi musei non possono ricevere donazioni dirette: se vuoi donare un euro al museo vicin casa sei impossibilitato a farlo). E qui sta il primo problema: mancano i più banali incentivi per produrre situazioni virtuose. Il problema dell'autonomia è stato aggirato in numerosi casi costituendo le fondazioni di partecipazione: tutti dentro (soggetti pubblici e privati) a mandare avanti un museo. È parsa una soluzione migliorativa: più presenza e libertà di azione ai soggetti privati. Ma anche qui, però, il rapporto è tuttora impari: i soggetti pubblici fanno ancora la voce grossa nei consigli di amministrazione o di indirizzo di queste fondazioni, condizionando scelte, propensioni e decisioni. Inoltre, uno degli aspetti che dovrebbe caratterizzare le fondazioni, l'autosufficienza finanziaria, è lontano dal realizzarsi. Ma allora i «veri» privati dove sono? Quando va bene, sono confinati nella gestione dei cosiddetti «servizi aggiuntivi»: caffetterie, bookshop, visite guidate, biglietterie, etc. Ai privati finora è concesso soltanto di affiancare lo Stato nelle mansioni di contorno, come può essere la vendita dei libri o il the al tavolino. Tutto ciò al netto dei numerosi problemi legati alle gare: seguite in molti casi da ricorsi o andate deserte per criteri inadeguati. La gestione diretta, pernon parlare della tutela, è sempre in mani pubbliche. Con Stato ed enti territoriali che non hanno più soldi, il risultato è quello che vediamo: musei che si lamentano peri continui tagli, musei chiusi a orari e in date in cui dovrebbero essere aperti. Addirittura si assiste a situazioni paradossali: siccome la domenica i custodi costano il 30 in più e lo Stato e gli enti locali sono impossibilitati a pagare gli straordinari, allora si chiude bottega, dimenticando che sono proprio i giorni festivi quelli di maggior affluenza e di maggior incasso. Rinunciando alle aperture nelle festività sarà sempre più netto il divario tra il costo della struttura, dei dipendenti, della tutela, insomma dell'intera macchina «museo», e gli introiti economici che il museo stesso a fine anno si trova in cassa. Se aggiungiamo il fatto che i dipendenti di un museo hanno un contratto spesso ipertutelato dai sindacati, si arriva a questo punto: i musei pubblici sono al collasso e chiudono. Chiudono per incapacità di trasformazione. Chiudono perché, bloccati da un sistema completamente «rigido», non possono far altro che rimanerne vittima. Quali conseguenze sulla collettività ha una simile situazione? I musei sono diventati quasi irrilevanti. Al di là di alcuni musei-totem come gli Uffizi, se molti degli altri musei chiudessero, nessuno si strapperebbe le vesti. Questa marginalità ha infatti una forte ricaduta sul pensiero comune: i musei sono sempre più percepiti come realtà non necessarie, non decisive per la vita cittadina. Essendo cosi sottovalorizzati, nessuno li inserisce tra i gangli fondamentali attraverso cui una città o una nazione si trasforma, si educa e progetta, come possono essere le banche, le scuole, gli ospedali o gli asili nido. La via d'uscita, di fronte alla scarsità dei fondi pubblici, sta nello scardinare tutte queste rigidità, aprendo cosi spazi per l'innovazione e l'imprenditorialità. Finora non sta accadendo, e il sindaco di Stazzema - ma ne seguiranno vari altri - farà causa allo Stato perché non riceve più soldi per il suo museo.
Liberiamo i musei dalle pesanti catene della burocrazia.
Il sistema museale italiano è in crisi a causa della mancanza di fondi e della gestione rigida dello Stato. I musei sono gestiti come "sede distaccata" del Ministero, senza autonomia e senza possibilità di ricevere donazioni dirette. La gestione dei musei è affidata a enti territoriali, istituti non profit e enti religiosi, ma lo Stato non fornisce aiuti sufficienti. I musei si lamentano di tagli e di chiusure, e alcuni di loro hanno minacciato la chiusura. Il problema è che i musei sono diventati quasi irrilevanti e non sono più considerati come realtà fondamentali per la vita cittadina.
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