Parla lo storico dell'architettura William J.R. Curtis Tre architetti sopravvalutati? Eisenman, catastrofico a Santiago de Compostela, poi Daniel Libeskind e Herzog de Meuron L'autore è a Roma per un ciclo di incontri sulla lezione e l'eredità (ancora molto attuale) di Le Corbusier William J.R. Curtis è uno dei più importanti storici dell'architettura contemporanea. Il suo libro «L'architettura moderna» del 1900 è oramai un testo canonico, tradotto in innumerevoli lingue e adottato in quasi tutte le facoltà di Architettura del mondo. Lo abbiamo incontrato in occasione della conferenza organizzata dall'Associazione italiana di architettura e critica, che ha tenuto a Roma mercoledì 9 novembre sul tema «The Shadows of Time. Echoes of Le Corbusier Voyage d'Orient». Allo studioso, che è anche critico militante, abbiamo rivolto alcune domande su Le Corbusier ma anche sugli architetti che oggi calcano la scena. Perché si celebra con tante iniziative tra due giorni ci sarà anche un convegno a Napoli il centenario del viaggio in Oriente di Le Corbusier? Il Voyage d'Orient era un pellegrinaggio mitico alla ricerca dei più essenziali aspetti dell'architettura dell'antichità. Di tutti i «maestri moderni», Le Corbusier fu il più interessato alla lezione del passato. Io ho voluto celebrare questa ricerca a modo mio, come un contributo a quanto altre istituzioni stanno facendo. Ho scoperto l'Oeuvre complete di Le Corbusier nella libreria della scuola quando avevo quindici anni e ho scritto poi numerosi libri sulla sua opera: per esempio «Le Corbusier: Ideas and Forms». Quale miglior posto del superbo Palazzo Baldassini a Roma per svolgervi una seconda conferenza, con il Pantheon e i Fori vicini? Il mio obiettivo è mostrare come Le Corbusier interiorizzasse questi esempi, li conservasse nella memoria e li trasformasse nella sua produzione più tarda con l'architettura. Nella sua mente il passato era sempre presente come un'ombra che lascia una traccia. Lei al viaggio in Oriente sta dedicando ben tre conferenze, ciascuna in un luogo diverso d'Europa. Perché? La prima conferenza è stata in Turchia alla Middle East Technical University. Tra le altre cose ho discusso del suo interesse per la luce, in particolare per Hagia Sophia e le moschee di Istanbul e Bursa. Quando avevo 18 anni andai in autostop dall'Inghilterra a Istanbul e Atene e fui profondamente impressionato dalle stesse cose. La terza conferenza tratterà dell'influenza dei monasteri di Monte Athos e della Certosa a Ema sul suo modo di pensare la comunità ideale. La conferenza avrà luogo in un posto simbolicamente appropriato che ancora devo scoprire. L'Italia esercitò su di lui minore influenza della Grecia? Ho recentemente pubblicato un articolo sull'Architectural Review dal titolo «Le Corbusier's Acropolis» che mostra quanto il Partenone lo turbò per tutta la vita. Egli approfondì gli edifici del passato in tutti i loro aspetti ideali e tipologici. Le case di Pompei egli le catturò con schizzi, concentrandosi sulle quattro colonne e sull'idea di atrio. E questo aspetto è ricorrente sempre nel suo lavoro. Per il Pantheon fu il raggio di luce che penetrava un microcosmo, un frammento del sistema planetario. A Villa Adriana furono le stanze senza tetto delle rovine e gli effetti provocati dalla luce dall'alto del Serapeum. Effetti che si possono riscontrare nella cappella di Ronchamp (come illustra la foto da me scattata e pubblicata sulla locandina della mia conferenza romana). Le Corbusier rubò al mondo per restituire ciò che aveva ricevuto trasformandolo nel proprio universo creativo. Secondo lei è ancora attuale la lezione di Le Corbusier? L'architettura di Le Corbusier comunica ancora prima di essere capita. Ogni generazione vi ha trovato qualcosa di fresco: Aalto, Niemeyer, Barragan, Tange, Kahn, Lasdun, Stirling; tutti sono stati profondamente influenzati da lui. Gehry mi raccontò che Ronchamp e Chartres gli indicarono la direzione; An-do disse che furono Ronchamp e il Pantheon. Gonzales de Leon rielabora il tema della monumentalità del maestro. Potrebbe Koolhaas essere Koolhaas senza Le Corbusier? Sanaa continua a reinventare la «pianta libera». Ovviamente ci sono alcuni che lo copiano in maniera superficiale e accademica. È molto meglio comprenderne i principi e trasformali criticamente. Le sue piante di città erano certamente problematiche. Ma poi vi è l'Unità d'abitazione di Marsiglia, un posto desiderabile dove vivere il cui tetto ricorda il deck di un transatlantico ma anche l'Acropoli. È meglio discutere le sue singole opere piuttosto che santificarlo o demonizzarlo. Che ne pensa dell'intervento, del resto molto discreto, di Renzo Piano a Ronchamp proprio accanto al capolavoro di Le Corbusier? Il primo progetto di Piano era troppo vicino alla Cappella e il padiglione d'ingresso aveva un tetto spigoloso che entrava in competizione con l'edificio di Le Corbusier. Poi Piano, a seguito delle critiche, è arretrato ponendosi sotto la collinetta. Lo spirito del luogo si perde se è troppo abitato. Infatti Ronchamp è una cappella cattolica ma essa risuona anche con il passato pre-cristiano. Le Corbusier riuscì a far sentire il senso del sacro e dell'arcaico unendo uno spazio moderno, antichi archetipi, il paesaggio e l'orizzonte. Lavorò anche con la luce e l'ombra. Veniamo all'attualità: chi sono i tre architetti oggi attivi che lei apprezza di più e perché? Preferisco parlare degli edifici piuttosto che degli architetti. Tra questi vi è la cantina a Bell-loc di Rcr Aranda Pigem Vilalta che è scavata nel paesaggio e in parte è sottoterra. Le ho dedicato una monografia: «The Structure of Shadows» (2009). Ammiro il Water Organ (organo d'acqua) a Zadar, in Croazia di Nikola Basic. È quasi un «non edificio», un insieme di gradini sul lungomare che funziona da teatro per la gente che lo usa e risponde alle onde del mare con una musica, non appena l'acqua entra nei condotti. Un altro progetto che mostra una grande sensibilità topografica è l'ancora non costruito ingresso all'Alhambra di Granada di Alvaro Siza e Juan Domingos Santos. È un lavoro che risponde allo spirito del luogo con un labirinto di corti e recinto attraversati da canali d'acqua. Sono tre edifici che interpretano i luoghi con idee ben articolate. E tre architetti che lei invece, giudica sopravvalutati? Sappiamo per esempio che lei ha scritto diversi articoli contro il nuovo intervento di Peter Eisenman in Galizia... Il progetto di Eisenman è catastrofico, una pila di manipolazioni geometriche senza senso che distrugge una collina di fronte a Santiago de Compostela. Ha sostanza architettonica tanto quanto un supermercato e nonostante ciò Eisenman continua ad accecare le scuole di architettura americane con un teorizzare pretenzioso. È triste vedere cosa è successo a Daniel Libeskind il cui Jewish Museum a Berlino negli anni Novanta era ricco di promesse. Recentemente ha prodotto edifici scintillanti carichi di gesti vuoti e formalisti: trucchi pubblicitari. Herzog De Meuron una volta realizzavano edifici di grande raffinatezza, ma sono regrediti producendo «icone» anti urbane, come la proposta Projet Triangle nel quadrante sud di Parigi. Mi chiedo: con la crisi questo periodo di eccessi potrà essere finalmente superato?