È IL museo torinese di arte contemporanea con le raccolte più ricche - quasi 50 mila pezzi - ma anche tra i più attivi. Chiusa la mostra "Eroi", sta per inaugurare la personale dell'americano James Brown, in dialogo con le collezioni del museo. Collezioni in gran parte conservate in depositi attrezzati, che nel giro di uno o due anni si vorrebbero rendere visitabili. Di questi temi, oggetto di un dibattito che si fa sempre più politico, parliamo con Danilo Eccher, dal 2009 alla guida del museo. Direttore Eccher, c'è la crisie si riducono le attività, ma la Gam sforna iniziative. In via Magenta non si sente la crisi? «La crisi si sente ed è feroce, ma il museo da due anni per affrontare la difficoltà ha spostato l'asse dell'ideazione su un piano pluriennale di progetti, concentrandosi soprattutto sulle collezioni. In questo senso abbiamo avviato "Vitrine", rassegna dedicata ai giovani del territorio, "Mag", rivista rivolta ai giovani curatori, o la Wunderkammer, per valorizzare le migliaia di disegni e incisioni. In attesa di aprire il nostro Gabinetto della grafica nel 2013, per il 150 anniversario della Gam. Il 24 apriamo la nuova serie "Dialoghi", con James Brown che si misura con il patrimonio del museo». Un patrimonio immenso, ma di cui si può vedere poco, al momento 250 pezzi o poco più. Non è un problema? «Tutti i grandi musei hanno la loro forza nella collezione e custodiscono gelosamente il loro patrimonio nei depositi. La Tate Modern ha sette hangar, non parliamo del Moma o del Centre Pompidou. Da lì arriva la possibilità di fare e ricevere prestiti, come quelli attuati con il Moma, la Tate, il Reina Sofia e molti musei italiani, e di svolgere il lavoro silenzioso e fondamentale della ricerca e catalogazione. Attraverso i depositi poi si è avviata una collaborazione con la Scuola di Restauro di Venaria e l'Università». Non si potrebbero mostrare un po' di più i gioielli del museo, pensando al pubblico? «Stiamo lavorando per realizzare nell'arco di uno o due anni il progetto di rendere i depositi visitabili, come avviene in Giappone e negli Stati Uniti. Per ora c'è la possibilità di attuare rotazioni, tenendo conto però dei problemi di conservazione. Le opere dopo un po' hanno bisogno di "spegnersi", come succede per le Luci d'artista. A questo proposito, le Luci fanno parte e di un progetto nato in accordo con Gam e Rivoli e vengono assegnate alle nostre collezioni. Ed è in questo senso naturale che sia la Gam, in accordo con Rivoli, a indicare gli artisti incaricati nelle prossime edizioni. Detto questo, tutti auspicano nuovi spazi, ma a noi servirebbero non certo per mostrare tutte le opere, ma per presentare le grandi installazioni, ora difficilmente visibili». Le Ogr potrebbero in questo rappresentare una soluzione? «Quando ero direttore del Macro, ho avuto la fortuna di occuparmi anche degli ex padiglioni del Mattatoio, al Testaccio: conosco dunque i pregi, ma anche i difetti di un'area ex industriale recuperata alla cultura. Tra questi ci sono i limiti sul piano degli standard conservativi, che precludono la possibilità di esporre opere storiche. Credo insomma che alle Ogr si potrebbe esporre magari "Il fiume appare" di Merz, che misura 34 metri, ma non Burri e Fontana o il nostro patrimonio dell'800 e primo '900. Detto questo, mi pare riduttivo pensare a un museo statico e tradizionale in un'area che dovrebbe richiedere dinamismo, flessibilità e vivacità. E che vedo più adatta a ospitare un centro per la cultura contemporanea, in cui la Gam potrebbe svolgere un ruolo importante, mantenendo però la sua fisionomia museale». L'assessore Braccialarghe e il sindaco Fassino vorrebbero portare le opere non esposte nelle residenze sabaude. È fattibile? «Penso ci siano problemi di fattibilità e di opportunità. A proposito della prima, non tutte le residenze hannoi requisiti per la corretta conservazione e sicurezza delle opere, per la seconda, credo che la forza della Gam sia anche il patrimonio con i suoi depositi. La nostra strategia è di renderli il più possibile agibili al pubblico, non certo di svuotarli. L'idea di un museo diffuso è sicuramente interessante, ma presuppone differenti e più costose ipotesi museografiche». In un periodo di trasformazione per la gestione dei musei, si affaccia l'idea di una superfondazione. Che cosa ne pensa? «L'ipotesi di un accorpamento dei musei torinesi di arte moderna e contemporanea, se realizzata, porterebbe alla nascita del più grande polo del settore in Italia, in grado di competere con i grandi centri europei. Pensare a questo straordinario progetto in un'ottica di risparmio sulle pulizie o sull'ufficio stampa mi pare però corrisponda a un'ottica riduttiva. È un progetto ambizioso e può rivelarsi una grande opportunità, ma va costruito con competenza e coinvolgendo tutte le professionalità». Su questo aspetto ci sono stati confronti con i rappresentanti delle istituzioni? «Per il momento no, anche se è probabile che in tale fase la priorità fosse la condivisione politica generale, prima di affrontare i temi specifici del progetto. Anche per questo certe dichiarazioni rischiano di essere inopportune e premature. Trovo comunque positivo che la politica oggi veda l'arte come una centralità e che ci sia accorti che il consenso passa sempre più attraverso la cultura».