Un colle, una siepe, un belvedere sulle campagne che scendono dolcemente fino al mare. E l'improvvisa, incontenibile vogila di costruire che sfocia in carte bollate e atti giudiziari. Sarebbe una storia come tante altre, se non fosse che è ambientata a Recanati. E il colle in questione è stampato nell'immaginario collettivo di generazioni di italiani perché è quello dell'"Infinito", uno dei canti più famosi di Giacomo Leopardi. Quello del «naufragar m'è dolce in questo mare». Che non era un mare di cemento, ma un paesaggio armoniosamente ondulato, appena scandito da siepi, filari, case coloniche e borghi medioevali abbarbicati sulle alture. Tutto protetto, panorama compreso, da un ferreo vincolo di tutela artistico e paesaggistico, che rischia di saltare per la causa intentata da un privato. Il Colle dell'Infinito era già stato sottoposto a tutela paesaggistica nel 1952, ma dopo cinquant'anni la soprintendenza archeologica delle Marche ha ritenuto che fosse necessario garantire meglio la conservazione dei luoghi leopardiani. Così, al termine di un iter durato oltre un anno, nel luglio del 2003 fu decretato un vincolo totale "diretto e indiretto", come si dice in gergo burocratico. Ossia, divieto assoluto di costruzione sul colle e ristrutturazioni vincolate nell'area che costituisce il celebre panorama. Lì per lì, nessuno si oppose e il procedimento amministrativo filò liscio. Ma ora, la sorpresa. Secondo quanto risulta a "L'espresso", a gennaio del 2004 un privato ha impugnato il decreto con un ricorso diretto al presidente della Repubblica. Una scelta assai pratica, che consente di arrivare in tempi relativamente rapidi a un giudizio secco da parte del Consiglio di Stato (il capo dello Stato si limita, in sostanza, a firmarne la sentenza). La decisione sull'"ermo colle" è attesa nelle prossime settimane e nessuno, nell'ambiente delle soprintendenze, si sbilancia sull'esito. In parte perché si tratta di un procedimento tutto "cartaceo", e in parte perché non risulta che il ministero dei Beni culturali abbia fatto passi particolari. A innescare la vicenda giudiziaria è stata la Iniziative Immobiliari di Tullio Alessandra, società in accomandita semplice con sede a Recanati, proprietaria di una casale che sorge sotto il colle. Dalle visure camerali, si capisce che non è un'immobiliare con particolari attività speculative, ma una società di famiglia attraverso la quale una coppia di coniugi possiede il casale. Che cosa vogliano farci di preciso, però, a Recanati non lo sa nessuno. Anche se il sindaco, Fabio Corvatta, spiega che per quanto gli risulta si tratterebbe di una ristrutturazione. Insomma, niente alberghi o attività commerciali, magari sfruttando il nome dell'Infinito. Più a ridosso del colle, invece, un altro recanatese sogna di trasformare una casa colonica in ristorante con annesse camere da letto. Insomma, una sorta di agriturismo. Ma il sindaco è riuscito a fermare il progetto, convincendo l'interessato ad accettare un'autorizzazione analoga su un altro terreno non coperto dal vincolo. Il fatto è che l'aspirante ristoratore ha dalla sua una variante al piano regolatore incredibilmente disposta nel 1997 dalla giunta precedente. Ma in questo caso la "moral suasion" del Comune pare aver funzionato e almeno lui non ha presentato alcun ricorso. Al di là delle buone intenzioni (fino a prova contraria) dei singoli proprietari che si oppongono al vincolo, ora però il rischio concreto è che scatti il "liberi tutti". Tanto è vero che gli eredi Leopardi, guidati dalla battagliera contessa Anna, si sono costituiti in giudizio a difesa del vincolo insieme a Italia Nostra e Fai, tutti patrocinati dall'avvocato romano Giovanni Pallottino. Il sindaco Corvatta garantisce che si opporrà «sempre e in ogni modo a qualsiasi tentativo speculativo», nella convinzione che «singole esigenze di ristrutturazione possano essere discusse e concordate in sede extragiudiziale». Anche perché il Comune di Recanati si estende su un territorio che è quasi un decimo di quello di Roma e ospita senza problemi tre aree industriali. Il vero nodo è che una piccola controversia locale, affidandosi a un rimedio-bomba come l'annullamento del vincolo "erga omnes", spiani la strada a chissà quali future speculazioni. Non necessariamente locali.