L'autoritratto e gli altri capolavori scortati dai carabinieri Chissà cosa avrebbero pensato i cittadini intenti a fare la spesa a Porta Palazzo, il più grande mercato multietnico d'Europa, se qualcuno li avesse informati che dall'interno di quel furgone giallo - con la scritta «Gondrand» sulla fiancata - li fissava lo sguardo imperscrutabile di Leonardo da Vinci. Meglio: la sua effigie, immortalata nel celebre «Autoritratto». Ieri pomeriggio ha lasciato alla chetichella il caveau della Biblioteca Reale puntando verso la Reggia di Venaria, Reale pure quella, dove dal 17 novembre sarà esposto al pubblico insieme a una nutrita serie di altri disegni mozzafiato: dallo Studio dell'occhio umano ai celebri «carri falcati». Bozzetti, ritratti, studi anatomici di uomini e cavalli, progetti di macchine immaginifiche: più e meno marcati, talora corretti dalla mano esigente del maestro. Pezzi unici, dal valore incalcolabile, accomunati dal tratto esile e puntiglioso di Leonardo, votato alla ricerca della perfezione. Abbiamo potuto ammirarli a distanza ravvicinata mentre venivano imballati uno a uno nel caveau della Biblioteca da mani sapienti, sotto la supervisione di Maria Cristina Misiti - direttrice dell'Istituto centrale per il Restauro e la Conservazione del Patrimonio Archivistico e Librario - ed Elisabetta Ballaira, responsabile delle mostre delle Scuderie Juvarriane. Entrambe abituate a destreggiarsi con meraviglie uniche nel loro genere ma emozionate come studentesse nel trovarsi a tu per tu con il genio multiforme di «ser Piero da Vinci», sottratto alla penombra del caveau che lo custodisce da anni. Ogni opera, un capolavoro assoluto. Le hanno estratte dai cassetti della «Sala Leonardo», cominciando dall'«Autoritratto»: il pezzo da novanta. Poi i disegni, integrati da alcuni manoscritti altrettanto preziosi, sono stati collocati con mille attenzioni nelle teche ipertecnologiche a temperatura e umidità costante collaudate al Politecnico. Uno alla volta, mentre gli altri tesori attendevano il loro turno sul bancone. Immagini di straordinaria freschezza, tratteggiate su fogli di formato ridotto - alcuni con il fondo colorato - e tutto sommato risparmiate dallo scorrere dei secoli. L'eccezione è l'«Autoritratto», sul quale pende come una spada di Damocle il «foxing»: cioè il processo degenerativo di pigmentazione che impensierisce gli esperti. E questo, nonostante negli ultimi anni il fenomeno si sia arrestato. Da qui la teca «ad hoc». Da qui la volontà di trasferirlo a Roma, dopo la mostra, per studiare a fondo il capolavoro, tentare di metterlo in sicurezza e carpirne i segreti. L'ultimo passaggio prima di depositare l'insolito carico in due furgoni, scortati dal Nucleo Carabinieri di Tutela del Patrimonio Culturale fino alla Reggia, è stato la chiusura di ogni singolo pezzo in contenitori speciali: rivestiti in legno multistrato verniciato con un prodotto ignifugo e, al loro interno, dotati di un secondo rivestimento capace di sopportare temperature di 200 gradi. Operazione lentissima, portata a termine in presenza del maresciallo Cristian Loiacono. Ciascuna cassa, dotata alla base di ammortizzatori in gommapiuma, è sormontata da un rivestimento capace di assorbire l'umidità. Tutte sono costantemente monitorate da un sofisticato sistema di sicurezza che, in caso di variazioni della temperatura e dell'umidità, avverte in automatico via mail e via sms. Poi via, con i furgoni in successione e le «gazzelle» dell'Arma a blindare il convoglio: dalla Biblioteca alla Reggia, sgommando nel traffico e assicurandosi il passaggio negli incroci a sirene spiegate. Una trasferta in gran pompa, seguita dalle occhiate incuriosite dei passanti. «Che succede? E' arrivata qualche star?», chiede un ragazzo vedendo la sfilata dei mezzi imboccare corso Regio Parco a gran velocità. Qualcosa del genere.