Vincenzo La Rosa Ricordava con un pizzico di civetteria la bicicletta arrugginita che gli serviva per raggiungere la Scuola dei Salesiani in via Cibali, e con tanta nostalgia gli anni universitari vissuti nell'Ateneo catanese. Domani le sue ceneri, quelle di Antonino Di Vita (Nino per gli amici), archeologo di statura internazionale, vengono traslate nella tomba di famiglia a Licodia Eubea, la città paterna che un decennio fa gli aveva già intitolato il locale Museo. Si era laureato nel luglio del 1947 con G. Libertini, al quale egli stesso aveva suggerito l'argomento della tesi ("Akrillae- Chiaramonte Gulfi"), per riallacciarsi alla piccola patria, nella quale era nato nell'ottobre del 1926. E la Sicilia era sempre rimasta, indipendentemente dalle diverse latitudini nelle quali si era trovato ad operare in giro per il Mediterraneo, uno dei suoi poli di interesse scientifico. L'isola era inoltre il suo luogo dell'anima, quello nel quale veniva periodicamente a ricaricarsi. Speciale era poi il suo legame con l'area iblea, nella quale gli era persino riuscito di essere "profeta in patria", come dimostra anche il Convegno di studi in suo onore del febbraio del 1998 (Un ponte fra l'Italia e la Grecia. Atti del Simposio in onore di A. Di Vita, Padova 2000). In contrada Buzzolera di Chiaramonte Gulfi c'erano poi la vecchia casa e gli olivi ereditati dalla madre: tornarci ogni anno in ottobre (seppure solo per qualche giorno), era per lui un rito catartico e tonificante. La sua ultima presenza 'ufficiale' a Catania era stata nel novembre del 2010, quando sapeva già del brutto male che gli sarebbe stato fatale. Aveva al mattino tenuto un seminario per gli allievi della Scuola di specializzazione in Beni culturali e nel pomeriggio presentato al Monastero dei Benedettini il volume Tra lava e mare. Contributi all'archaiologhia di Catania. Ma nella Pasqua di quest'anno Nino era passato di nuovo, per rivedere al Museo di Ragusa, insieme con la cara Maria Antonietta, i materiali della necropoli indigena in contrada Rito, da lui scavata alla fine degli anni '50: la sua deontologia non gli consentiva, infatti, di lasciare debiti scientifici non onorati. La ultra-sessantennale, brillantissima, carriera di A. Di Vita, comincia nel 1950, con il periodo di alunnato alla Scuola archeologica italiana di Atene, diretta allora da D. Levi. Assistente straordinario e poi incaricato di Archeologia a Palermo; Ispettore e poi Direttore nelle Soprintendenze alle Antichità di Siracusa, Roma (Etruria meridionale) e Firenze; Professore incaricato di Archeologia e storia dell'arte greca e romana e di Topografia antica nell'Università di Perugia; Consigliere del Dipartimento delle Antichità della Tripolitania con residenza a Tripoli dsl 1962 al 1965; Professore ordinario di Archeologia e Storia dell'Arte greca e romana nell'Università di Macerata, poi Preside, Rettore e Professore emerito nello stesso Ateneo; Direttore della Scuola Archeologica Italiana di Atene dal 1977 al 2000. L'intero Mediterraneo era stato il campo di azione dei suoi scavi e ricerche: dalla Sicilia (Selinunte, Palermo, Camarina, le tante contrade dell'area ragusana etc.), all'Etruria Meridionale (Falerii Veteres), dalla Libia (Leptis Magna, Sabratha etc.), a Creta (Gortina), a Lemno (Poliochni ed Efestia); aveva inoltre coordinato e diretto imprese scientifiche in Tunisia (Cartagine), in Algeria, a Rodi, a Coo, a Cipro. Cavaliere di Gran Croce al merito della Repubblica Italiana, Vice Presidente onorario della Società Archeologica Greca, Correspondent étranger della Società degli Antiquari di Francia, Socio nazionale dell'Accademia dei Lincei, A. Di Vita era stato la scorsa estate insignito dell'Ordine di S. Paolo e S. Tito della Chiesa ortodossa di Creta; il Comune di Gortina, facendolo cittadino onorario, gli aveva pure dedicato, diversi anni fa, la via oggi attigua al Municipio. La sua produzione scientifica, ricca di oltre 380 fra monografie, memorie e note, denota una non comune vastità di interessi nell'ambito dell'intera area mediterranea e per un ampio arco di tempo, dall'età greca alla bizantina, produzione che fa di A. Di Vita una figura di riferimento nel panorama della letteratura archeologica internazionale. Studioso di molteplici curiosità, estremamente duttile, dotato di un'intelligenza immediata, di sicura institutio filologica, sapeva essere attento lettore ed esegeta di stratigrafie (con specifica attenzione per l'archeologia sismica), fine storico dell'arte greca e romana, acuto storico 'politico' (con pregevoli contributi anche di tipo storiografico): faceva insomma, rara avis, completo onore (ed ai massimi livelli) alla sua intitolatura accademica. Anche i meriti di A. Di Vita come Direttore della Scuola archeologica Italiana di Atene sono stati unanimemente riconosciuti. Avendo avuto il privilegio di stargli accanto, come vice, per sei lunghi anni, ho potuto apprezzare la straordinaria vitalità, la grande abilità, la non comune capacità di relazioni, la profonda umanità di Nino, carismatico suscitatore di entusiasmi, ineguagliabile affabulatore di storie e storielle, generoso e sapiente, cordiale e galante, instancabile e vulcanico. Ci eravamo lasciati ai primi di settembre a Creta, facendo programmi, commentando e chiosando il capitolo libico della autobiografia che si apprestava a scrivere. Io ero rimasto nell'isola e lo sentivo periodicamente, per accertarmi che avesse ben sopportato i cicli di chemioterapia. Moriva quasi nelle stesse ore in cui, carico di tristezza e ricordi, fingevo di fare la mia parte al Convegno cretologico di Retimno: è stata questa, Nino, l'ultima, beffarda, coincidenza che la vita ci ha voluto offrire. Mi sforzerò di pensarti lieto e sereno mentre ricevevi, nel giorno della festa, la croce dell'ordine di S. Paolo e S. Tito dalle mani del Vescovo Makarios, che tanto ti stimava. Ed il Sindaco del Comune di Gortina ha voluto, pochi giorni dopo la tua scomparsa, ricordarti presso l'Odeion con la Grande iscrizione, proprio nell'area in cui avevi effettuato i tuoi ultimi saggi di scavo: sul tavolinetto con la tua foto crescevano i fiori deposti da mani ignote. Al tuo centro d'elezione cretese avevi dedicato tre lunghi anni di studio, sublimati nel volume Gortina di Creta. Quindi secoli di vita urbana, del 2010, che leggerai nella versione greca da qualche luogo più ameno di quaggiù. Non volevi che fosse questo il tuo canto del cigno: avevi quasi ultimato l'edizione della necropoli di Rito a Ragusa, che adesso Maria Antonietta curerà per la stampe; ed avevi affidato da leggere, nell'ora estrema, il contributo sui restauri del Mausoleo punico-ellenistico di Sabratha e sull'Arco dei Severi a Leptis Magna al Convegno di Selinunte. Fino alla fine Sicilia, Libia, Creta, le 'stazioni' preferite del tuo incessante peregrinare umano e scientifico. Torna ciascuno alla sua Itaca; ed io riascolto il suono dei tuoi tanti racconti. 11112011