Stanno stretti i quadri del Museo Puskin a Brera. Sacrificati in una delle sale napoleoniche e in un corridoio, coinquilini magnifici e ingombranti di altri capolavori di altre epoche. Stanno stretti come tutte le tele della Pinacoteca, spettatrici involontarie di una storia italiana fatta di promesse, piani di investimento (via via ridimensionati), cordate annunciate e poi sparite. E l'epopea di un'eterna incompiuta: la Grande Brera, quel polo culturale che sulla carta dovrebbe (e potrebbe) diventare punto di riferimento mondiale per l'arte. E invece no. Soffocata da Accademia di Belle arti, Biblioteca Braidense, Osservatorio, Orto botanico, Istituto lombardo di scienze e lettere, Brera fatica a mostrare i suoi gioielli. I quadri esposti sono 620, 68o giacciono nei depositi interni, 250 opere «riposano» alla Galleria d'Arte moderna, altre sono disseminate tra Castello sforzesco, Raccolte Bertarelli, Medagliere civico. Troppe tele (di valore), poche stanze. Un sovraffollamento che aumenta in occasioni importanti come la mostra che apre oggi. E il paradosso rasenta il grottesco se si pensa che il vicino Palazzo Citterio, indicato come dependance (in parte già ristrutturata) di Brera, è vuoto. Certo, mancano i fondi. Lo sa il ministro Giancarlo Galan, lo sa Mario Resca («Sono l'unico commissario straordinario lasciato senza soldi», ha detto). Sull'intervento dei privati, dopo l'addio di Letizia Moratti, c'è poco da sperare. Servono soldi, si diceva. E spazi. Con un'avvertenza: non basta ha ragione la soprintendente Sandrina Bandera trovare (presto) altre sale. Ci vogliono una biblioteca, un ristorante, laboratori per i bimbi e sale conferenze. Requisiti fondamentali per una Brera che sia davvero Grande, non la solita quadreria.