Tappi che saltano, Venezia brinda, la battaglia è vinta: Malgara non sarà più presidente della Biennale, si è ritirato dal campo di gioco. La notizia è volata ieri tra le agenzie di stampa alla vigilia di un appuntamento molto importante: la candidatura dell'amico intimo di Berlusconi e di Galan avrebbe dovuto affrontare il giudizio, consultivo ma politicamente rilevante, della commissione del Senato. Già alla Camera le cose non erano andate bene: la commissione di Montecitorio aveva nella sostanza bocciato quel nome fermando su una imbarazzante parità (23 a 23) le pulsioni di fine legislatura del ministro della Cultura. L'appello degli intellettuali. Ma mentre si snocciolava questo percorso istituzionale, sulla manovra di governo pioveva la condanna che migliaia di intellettuali avevano sottoscritto in mezza Europa e non solo. I dirigenti dei maggiori musei del mondo avevano detto a Galan: fermati, la tua è una scelta insensata, hai già un buon presidente a disposizione, Baratta, che senso ha privarsene? Galan li aveva mandati a quel paese annunciando che Malgara, patron dell'Auditel e grande operatore della raccolta pubblicitaria, sarebbe diventato presidente della più prestigiosa istituzione culturale d'Italia. Senonché, sulle spalle dell'inflessibile rappresentante di governo hanno iniziato a cadere i primi pezzi del palazzo berlusconiano in disfacimento. E lui che doveva fare, resistere ancora? Capovolgendo il senso di una bella frase di Seneca, che minacciava di spezzarsi pur di non piegarsi, Galan, il veneto, ha messo in moto la sua arma segreta, la duttilità e ha raccontato di aver ricevuto la telefonata di Malgara che gli diceva: ok, ci abbiamo provato, adesso basta. Largo ai convenevoli: il ministro ringrazia Malgara per il gesto «di pacificazione» anche se ribadisce che lui «era già nelle condizioni» di guidare in porto la nomina. Anche Malgara dice cose poco chiare. Il manager annota che erano in gioco «questioni più importanti» e che non intendeva aggiungere un problema ai molti che già tormentano il presente del Paese. Poi, aggiunge, c'è stato «quel richiamo di Napolitano» e così si è convinto a fare un passo indietro. Ma Napolitano quel richiamo, alla pace e al senso di responsabilità, lo ribadisce da molti mesi e forse non lo aveva mai ascoltato. Tuttavia, il candidato saluta la scena lasciandoci in eredità un pacco di puntini di sospensione: «Non so sussurra se la partita sia davvero chiusa», siamo tutti nelle mani del destino. Il rapporto con la città. Intanto, il più felice di tutti sembra Giorgio Orsoni, il sindaco di Venezia, che aveva definito «inadeguata» la figura di Malgara per quel compito, una candidatura, tra l'altro, formalizzata dal governo evitando di ascoltare la municipalità lagunare, primo «azionista» della Biennale. «Mi ha chiamato il ministro per dirmelo racconta un comportamento encomiabile, una grande sensibilità». Matteo Orfini, responsabile di Cultura e Informazione del Pd, ha definito la decisione «saggia e apprezzabile». Giuseppe Giulietti, gruppo Misto alla Camera, e il senatore Vincenzo Vita (Pd) aggiungono che la stessa attenzione dovrebbe essere rivolta a Cinecittà evitando «la ratifica di nuove nomine all'ultimo secondo». E ora? Risalgono le quotazioni di Paolo Baratta, attuale presidente in scadenza a dicembre