Biennale, Giulio Malgara ha fatto un passo indietro e ritira la candidatura. Il ministro Galan si arrende e ora Baratta ritorna in pole position Malgara ritira la candidatura: «Non avevo altra scelta visti gli ultimi avvenimenti» Il colpo di scena è maturato ieri mattina. Euforia nel centrosinistra Nel bel mezzo di una conferenza stampa, al sindaco Orsoni suona il cellulare: «Buongiorno ministro...».« Il ministro Galan mi ha cortesemente informato della rinuncia di Giorgio Malgara alla candidatura a presidente della Biennale», spiega sorridente e ufficiale Orsoni, dopo aver commentato a caldo con un venezianissimo «Manco mal! Una buona notizia». «Ho detto più volte che la riconferma dell'attuale presidente Baratta è la soluzione per me migliore», chiude, «non posso che ringraziare il dottor Malgara per la sensibilità dimostrata». Salgono le quotazioni di Baratta per la riconferma al vertice dell'Ente VENEZIA Baratta resta alla Biennale. E il ministro Galan, dopo aver resistito per molte settimane, alza bandiera bianca e ritira la candidatura di Giulio Malgara a presidente della Fondazione culturale. La via d'uscita, alla fine, è tornata ad essere quella che in tanti consigliavano dalla prima ora. La rinuncia di Malgara, presidente dell'Auditel e dell'Unione pubblicitari, buon amico di Galan, messo nel tritacarne della politica. E anche lui travolto dal crollo del governo Berlusconi. Sono da poco passate le 13 quando il ministro dei Beni culturali, l'ex governatore del Veneto Giancarlo Galan, annuncia: «Non procederò alla nomina di Malgara, nonostante siano trascorsi i trenta giorni necessari alla formulazione dei pareri di Camera e Senato. Ringrazio Malgara per avermi chiesto di non ratificare la sua nomina. Lo ritengo un gesto signorile di pacificazione e distensione in un momento delicato della vita del Paese». Il centrosinistra canta vittoria. E lui, Malgara, non perde il buon umore. «Non avevo altra scelta», spiega, «la mia decisione è maturata in questi giorni, visti gli ultimi avvenimenti. C'è un tale pathos sui problemi dell'Italia in queste ore che mi sembrava inopportuno insistere». Perché non pensarci prima, e disinnescare così una polemica di giorno in giorno più violenta? «Lo scenario è cambiato nelle ultime ore», dice Malgara, «e poi essere nominato l'ultimo giorno, con un governo sul piede di partenza, mi sembrava davvero inopportuno». Un modo anche per togliere dai guai il ministro Galan. Che nonostante il ripensamento delle ultime ore non esce certo politicamente rafforzato dalla vicenda Biennale. «Questo non c'entra», continua Malgara, «certo un po' di amarezza resta. Non solo per le critiche ingiuste, le firme. Ma per il modo con cui questa vicenda si è conclusa prima di cominciare. Io il presidente della Biennale l'avrei fatto molto volentieri. E magari avrei fatto anche bene». A sera intanto si moltiplicano i commenti allo «stop». La scelta di Galan viene definita «saggia» da Andrea Martella, deputato del Pd della commissione Cultura che ha avuto un ruolo nella bocciatura della proposta Galan (23 a 23 il voto in commissione). «Un passo indietro dovuto», continua Martella, «che avevamo chiesto ripetutamente in segno di rispetto per la città e le sue istituzioni, tagliate fuori per una decisione unilaterale presa a suo tempo dallo stesso Galan». Giuseppe Giulietti (articolo 21) e il senatore del Pd Vincenzo Vita plaudono alla scelta di Galan. Ma lo invitano a fare altrettanto - cioè a non procedere alle nomina - anche con Cinecittà e la nuova società approvata allo scadere del governo. «Scelta responsabile», viene definita quella di Galan anche da numerosi esponenti del Pd. Che ora si augurano che il presidente uscente Paolo Baratta riesca a completare il suo lavoro. Secondo Italia dei Valori «finalmente il ministro Galan si è deciso. Anche se era un atto dovuto da parte di un governo dimissionario», commenta il capogruppo Idv in commissione Fabio Giambrone, «la politica deve valorizzare le risorse del nostro Paese. E Baratta, che ha rilanciato la Biennale, è una risorsa».Si conclude così un braccio di ferro durato mesi. Nemmeno l'appoggio iniziale della Lega era servito per smontare la candidatura Malgara. Nonostante i titoli della Padania («Baratta forever») i leghisti in Parlamento si erano presto adeguati all'ordine di scuderia dell'alleato Pdl. Ma alla Camera è arrivato il pareggio. C'è anche chi, fra i falchi del Pdl, aveva ipotizzato una forzatura per andare alla nomina senza il parere del Senato. Scelta rischiosa anche sul piano giuridico. Perché il contratto di Baratta scade solo a dicembre.