La destinazione dell'ex Albergo e il modello del Reina Sofia a Madrid I tragici fatti di Genova fanno tremare anche quelle regioni, come la nostra, che in quanto a frane, alluvioni, smottamenti, straripamento di fiumi, ruscelli e fogne può contare una luttuosa e ininterrotta lista. Il maltempo ha investito Napoli, come era nelle previsioni. Ci auguriamo che nulla accada a uomini e territorio, anche se va ricordato che 504 comuni della Campania, il 99 del totale, sono a rischio idrogeologico secondo il rapporto del Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio. Anche il patrimonio storico-artistico è in pericolo, da Pompei a quel grande decrepito che è l'Albergo dei Poveri. Questo giornale è ritornato di recente più di una volta sull'argomento: fece scalpore la notizia che un'efficiente compagine di gentiluomini avesse installato nel vetusto monumento una fabbrica per griffe false. Alla Guardia di Finanza il merito della scoperta dopo che per anni entravano e uscivano lavoranti, camion con carico e scarico di merci: fatto di per sé esilarante se non fosse drammatica. A conferma che il vuoto delle pubbliche istituzioni viene occupato dalla malavita organizzata. Più di recente abbiamo letto in una puntuale cronaca che nel monumento è stato installato un sistema di monitoraggio per il controllo della statica. L'ingegnere responsabile Andrea Esposito riferisce allarmato che le condizioni sono molto gravi ed esse si aggraveranno con le piogge. Perché il tufo si imbeve d'acqua, diviene più pesante e rischia di far collassare le precarissime strutture, come è già accaduto. L'Albergo dei Poveri, di proprietà del Comune, è una rovina e una vergogna per la classe dirigente della città e per la gestione dei beni architettonici del Paese. Nel 1997 la giunta Bassolino ebbe l'idea di prendersene cura: ma l'esito fu solo uno studio di fattibilità, commissionato dall'assessore del tempo, che non servì a nulla, anzi introdusse concetti pericolosi e insensati per un tale monumento. Soldi sprecati. Chiunque può leggere quanto scrissi sul tema in «Bella Italia. Patrimonio e paesaggio tra mali e rimedi» (Electa 2007). Il ministro ai Beni culturali del tempo Walter Veltroni, dichiarò che presto "potranno partire i lavori". Così non fu e non è stato negli anni a seguire. Il "gioiello" va salvato, disse Bassolino, e condusse i responsabili dell'Unesco a visitare il monumento perché l'istituzione se ne prendesse cura. Proposta grottesca, perché l'Italia è, malgrado tutto, un paese dell'Occidente opulento, con una tradizione di grande rilievo nell'ambito del restauro che ci viene riconosciuta in tutto il mondo. L'Albergo dei Poveri è una delle testimonianze più alte del dispotismo illuminato di re Carlo di Borbone; destinato a ospitare i poveri e i diseredati del regno, ma anche adolescenti e giovani perché imparassero un mestiere. La sua progettazione fu affidata a un insigne architetto come Ferdinando Fuga e nel 1751 iniziarono i lavori: il cantiere rimase aperto per molti lustri e mai concluso. Oggi si persiste a chiamarlo Palazzo Fuga, prova di pigrizia mediatica o di perdurante ignoranza. Il sindaco Rosa Russo Iervolino ebbe la non felicissima idea di destinarlo a "Città dei ragazzi": cosa fosse nessuno lo capì, e i ragazzi si sono salvati da disturbi agorofobici, considerate le dimensioni dello spazio. Sempre meglio comunque dell'albergo di lusso previsto dalla ricerca De Lucia-Cles. Per l'Albergo dei Poveri purtroppo non ci sono ipotesi affidabili d'uso, né tanto meno progetti di restauro pronti. Qualunque ipotesi di destinazione d'uso infatti deve rispondere ai caratteri del monumento, misurarsi con la sua tipologia, con gli spazi e i suoi valori. E qui veniamo al vero problema, o meglio all'errore che sindaci, assessori, imprenditori e economisti commettono quando si parla di riuso di una fabbrica monumentale. Il progetto di fattibilità va condotto in concerto con l'ipotesi di restauro: se si conosce appena un po' l'Albergo dei Poveri non si può prescindere dalle caratteristiche del monumento e dai vincoli che la corretta procedura del restauro impone. Qualunque studioso di questi argomenti sa benissimo che queste ipotesi debbono procedere su binari paralleli: conoscenza del manufatto analitica, valutazione degli interventi da compiere, ipotesi di riuso, dunque analisi dei costi e dei benefici che si traggono dall'una o dall'altra ipotesi. Una delle storture concettuali più perversamente diffuse nel nostro tempo è che l'economia sia la scienza delle scienze, una scienza esatta e dominante a cui piegare i monumenti e talvolta la vita degli uomini. L'Albergo dei Poveri è una struttura ben più delicata del Lingotto di Torino (un modulo semplice in cemento armato) e qualunque ipotesi d'uso deve - in primis - misurarsi con la qualità architettonica del manufatto e con la sua storia. Come si legge in qualunque manuale di restauro. Nel corso dei decenni le ipotesi d'uso avanzate sono state le più diverse: quasi tutti convengono sulla polifunzionalità, visto che una fabbrica di tale mole sarebbe assurdo pensare che possa vivere solo di uffici (la Regione), di musei fantomatici da creare (quando quelli esistenti fanno fatica a vivere), o Città dei ragazzi (sic!). Il Comune ha condotto fino ad oggi lavori di consolidamento urgentissimi e si è limitato a dipingere la facciata. Che possa l'Albergo dei Poveri assumere una funzione sociale (centri di studio, luogo di formazione professionale ecc.) è plausibile, ma è contorno ad una funzione forte che possa essere il vero baricentro del monumento. La soluzione che avanzai fu quella di traslocare larga parte della Biblioteca Nazionale, oggi a Palazzo Reale in spazi inadeguati alla crescita dei circa 2 milioni di volumi e alle funzione di una moderna biblioteca, lasciando nel palazzo solo i nuclei bibliotecari più antichi e preziosi. Come è accaduto a Parigi con la BN che conserva in centro solo il nucleo storico della Biblioteca Doucet. Così Palazzo Reale verrebbe reso alla sua destinazione: in ogni capitale d'Europa i palazzi reali sono luoghi di visita e museo. L'Albergo dei Poveri per la sua "razionalità illuminata" è del tutto idoneo ad ospitare una biblioteca senza che si debba intaccarne o lederne i caratteri tipologici. Quando avanzai questa ipotesi ci fu una levata di scudi, motivata da pigrizie corporative e difesa del quieta non movere. Dando una funzione forte ad un relitto in pieno centro, lo si trasformerebbe in un grande motore di cultura aperto al bacino del Mediterraneo. Un complesso analogo all'Albergo dei Poveri pressoché contemporaneo nel centro di Madrid è divenuto una sorta di Beaubourg spagnolo: il Centro de Arte Reina Sofia ospita mostre e spettacoli, attività scientifiche e didattiche, centri commerciali e per il tempo libero. Ciò non esclude che nei vastissimi spazi dell'Albero dei Poveri potrebbero essere aggregate attività idonee e indispensabili a una grande biblioteca: scuola per il restauro dei libri, scuola per la rilegatura, laboratori artigiani qualificati, ai quali potrebbero concorrere istituzioni pubbliche e private, auspicando che queste ultime battano un colpo. E' confortante la notizia che all'Albergo dei Poveri si voglia trasferire la biblioteca dell'avvocato Marotta, Araba Fenice che nessuno della mia generazione ha mai potuto utilizzare. Ora il cerino è nelle mani del sindaco De Magistris, ma l'idea di demandare la scelta della destinazione d'uso del monumento ad un referendum popolare, mi sembra una trovata di corto respiro. Contrariamente a D'Alema credo che la società civile è cerniera essenziale di una moderna democrazia e sottoscrivo quanto ha scritto Umberto Eco in merito: ma l'idea che il destino dei monumenti possa essere affidato ad una consultazione popolare è impraticabile e insensata per la natura stessa del bene da tutelare e delle scelte da compiere.