La Confindustria attacca chi, al massimo, assegna ai privati il bookshop e il guardaroba Meglio i casi Tod's al Colosseo e Pinault a Palazzo Grassi L'offensiva di Confindustria e della sua leader Emma Marcegaglia per incalzare il governo su liberalizzazioni e privatizzazioni si estende anche alla cultura e alla gestione di musei e siti archeologici. Nei giorni scorsi si è tenuto un convegno organizzato dall'ufficio relazioni istituzionali della Direzione affari societari e partecipazioni di Intesa Sanpaolo, la banca capitanata dal consigliere delegato Corrado Passera. Durante il seminario è stata presentata una ricerca curata dall'ufficio studi di Intesa in collaborazione con il centro ASK (Art, Science and Knowledge), fondato nel 2004 all'interno dell'Università Bocconi con l'obiettivo di condurre ricerca teorica e applicata tra arte, cultura e scienze sociali. Ma è stata la relazione tenuta da Patrizia Asproni, presidente di Confcultura, la federazione confindustriale che riunisce le imprese private che gestiscono i servizi per la valorizzazione e la promozione del patrimonio culturale (come ad esempio Civita Servizi, Electa Mondadori, Gebart, Giunti Editore, Munus, Skira editore e 'TicketOne ), ad aver provocato scalpore per le tesi anti stataliste e pro mercato. Dallo studio Intesa-Bocconi, ha detto Asproni secondo la ricostruzione di ItaliaOggi sulla base di un testo a circolazione ristretta, quella che emerge è una situazione che, per certi versi, è cristallizzata. Dove la volontà di mantenere un preciso controllo pubblico ha ingessato un comparto che, potenzialmente, potrebbe dispiegare ben altre forze. La ricerca, ha aggiunto Asproni, parla spesso di una contrazione della presenza dello Stato, ma se questo può essere vero per la distribuzione delle risorse, non lo è per il resto. Noi pensiamo anzi, ha criticato il presidente di Confcultura, che lo Stato stia diventando maggiormente incombente, e ne sono la prova le società partecipate che sono nate negli ultimi tempi, come ad esempio Arcus e Ales, quest'ultima addirittura posizionata quale concorrente delle imprese sul mercato. L'attacco diretto al pensiero e all'azione statalista, e quindi indirettamente all'attuale governo, si rintraccia anche in altri passi della relazione di Asproni. Non far dipendere per intero le istituzioni culturali dai finanziamenti statali è un passo importante da compiere se si vuole creare un sistema dinamico e vivace. Il più delle volte, infatti, la pretesa indispensabilità della mano pubblica viene ritenuta tale unicamente per fini dirigistici e paternalistici, per una politica miope e dannosa. In Inghilterra, ha spiegato il presidente di Confcultura, esiste ad esempio un fondo pubblico, lo UK Heritage Lottery Fund, che finanzia musei e progetti culturali, non elargisce mai il 100 per cento del denaro richiesto, ma pretende che vi sia una percentuale reperita da fondi privati. E così funzionano anche le Foundation e le Charities americane, che utilizzano quelli che vengono chiamati matching grants, una sorta di do ut des, simili a quello che oggi richiedono i progetti europei agli Stati membri. Bisogna quindi creare le condizioni per rendere più appetibile l'intervento dei privati, ma è indispensabile definire la cornice istituzionale entro la quale incentivare l'intervento di questi ultimi. Comunque anche in Italia i privati si sono fatti strada ovunque, e la ricerca Intesa-Bocconi lo evidenzia, si legge nel testo non pubblico della relazione della Asproni. Con le sponsorizzazioni (ad esempio il Colosseo con Diego Della Valle), con interventi totali di recupero ( pensiamo ad esempio al Fai), con la gestione di intere strutture (Pinault a Palazzo Grassi), con la gestione dei servizi di valorizzazione. A questo proposito la legge Ronchey, che risale a quasi 20 anni fa, è stata certamente una rivoluzione, ma si è consumata, diluita, a causa di confini ben limitati. Al massimo, ha stigmatizzato il presidente di Confcultura, ai privati si è permesso di gestire il bookshop, il guardaroba, la caffetteria; non certo la gestione delle strategie, dell'organizzazione, della fruizione. Asproni ha anche auspicato alcune innovazioni: Il ministero dei Beni culturali dovrebbe diventare finalmente, come negli altri paesi, ministero della Cultura (e in questo caso il cambiamento semantico è anche cambiamento sostanziale), i cui compiti dovrebbero essere sempre meno amministrativi e sempre più orientati al governo del sistema. Le altre competenze, come la gestione, dovrebbero fare capo allo Sviluppo economico, perché di questo stiamo parlando, in quanto il principio di valorizzazione può assumere la doppia accezione di attribuire valore, ma anche di trarre valore.