Una nuova concezione di spazio dei libri ora può essere sviluppata immagine documento Le biblioteche italiane non hanno più soldi e in futuro ne avranno sempre meno, qualunque sia il governo in carica, non importa se di destra o di sinistra. Si sono succedute le più diverse coalizioni politiche negli ultimi decenni, ma i dati certificano un'unica tendenza di marcia: per le biblioteche meno risorse, meno dipendenti, meno disponibilità di servizi. Solo un esempio: la più grande biblioteca italiana, ovvero la Nazionale centrale di Firenze, che ha oltre 6 milioni di volumi, più di 25.000 manoscritti e carteggi di personaggi come Galileo, Leopardi o Machiavelli (tanto per citarne alcuni) e incunaboli e raccolte dal X secolo in avanti, ha ridotto della metà il suo personale negli ultimi vent'anni: da 370 persone a 180. Gli addetti sono più volte scesi nelle piazze, da Roma a Bari e Firenze, ma simili mobilitazioni non hanno più alcuna incidenza perché il percorso è già tracciato: con uno stato che deve tagliare in modo drastico la spesa pubblica, le biblioteche avranno sempre meno fondi. La linea di marcia è questa e qualunque premier dopo Berlusconi la sottoscriverà, come è stata sottoscritta da Prodi, Ciampi, Amato, D'Alema e dagli altri presidenti riformatori, sotto i cui governi le biblioteche hanno ridimensionato personale e costi. Indignarsi non produce nulla. Richiedere che lo stato inverta la rotta e conceda più finanziamenti è puro esercizio di stile. Sottoscrivere l'appello, come è stato fatto da personalità come Dario Fo, Salvatore Settis ed Ernesto Ferrero, secondo cui si sta compiendo un omicidio ai danni delle biblioteche, è non voler capire la direzione che si è dato questo paese e che ci sta dando severamente l'Europa: le strutture pubbliche dello stato devono continuare a salvaguardare il bene comune, ma con un fortissimo monitoraggio delle spese. Questa robusta cura dimagrante è paradossalmente la vera salvezza delle biblioteche, non la loro agonia. La crisi durissima dell'Italia è la chance più importante che esse stanno avendo perlomeno dal 1974 quando Spadolini dette una svolta significativa alle biblioteche passandole dal ministero dell'istruzione a quello dei beni culturali da lui creato. Spadolini intuì ciò che i sottoscrittori di questi appelli pubblici tuttora non capiscono, ancora legati a un'idea ottocentesca della conservazione e della circolazione del sapere: intuì cioè che in Italia, sul finire del Novecento, con la riproducibilità immediata dei testi che ci avrebbe sempre più consentito la tecnica, con un'informatica che sarebbe stata sempre più decisiva anche nei campi della conoscenza e della memoria, la biblioteca non poteva essere più intesa in modo classico, come luogo adibito alla lettura, al silenzio, all'approfondimento, alla preservazione della memoria. Nel XXI secolo una biblioteca così sarebbe divenuta un salone deserto. È possibile intravedere già oggi questo scenario: una biblioteca è sempre meno un luogo di lettura ed è invece sempre più un luogo che, per essere sentito vivo, deve produrre eventi, attrazioni, occasioni di incontro, di coinvolgimento, deve sollecitare esperienze che vanno al di là del libro, nelle quali il libro è solo un punto in una traiettoria. Deve cioè essere un luogo di vita comunitaria, che svolge varie attività tra cui quella culturale, in cui lo stato c'entra relativamente. Il prestito o la consultazione dei libri è solo una delle attività. Stanno infatti avendo diffusione le biblioteche nei supermercati: uno fa la spesa, ricarica il cellulare, prende un caffè con l'amico e in prestito un libro. Tutto in un solo tragitto. L'attuale crisi è un vantaggio per le biblioteche perché le spingerà verso una loro radicale trasformazione, adeguata ai tempi che viviamo: una nuova idea di spazio dei libri può essere sviluppata. Una politica riformista, sulla scia di Spadolini, dovrebbe rifondare le biblioteche salvaguardando due principi: avere almeno un luogo che custodisce, come giacimento memoriale del paese, tutto ciò che viene stampato oggi in Italia senza nessuna selezione; e, al posto delle grandi biblioteche nazionali (incomprensibile a livello europeo averne 10), affianco di quelle universitarie e storiche, aprire sul territorio un pulviscolo di spazi, dove oltre agli scaffali coi libri ci sono aule internet, caffè, ambienti ricreativi e commerciali, gestiti dalle comunità del luogo, dai privati o dalle associazioni, non dallo stato. Sembra di disperdere il patrimonio librario: in realtà è un modo per rigenerarlo nel XXI secolo. Luca Nannipieri
La crisi salverà (forse) le biblioteche
Le biblioteche italiane sono in crisi finanziaria e le risorse sono in diminuzione. La Nazionale centrale di Firenze, la biblioteca più grande d'Italia, ha ridotto del 50% il suo personale negli ultimi vent'anni. La crisi è dovuta alla riduzione della spesa pubblica e alla necessità di tagliare i costi. Le biblioteche devono adattarsi a una nuova realtà in cui la lettura non è più il centro dell'attività, ma piuttosto un luogo di vita comunitaria con eventi, attività culturali e di incontro. La crisi può essere un vantaggio per le biblioteche, che possono essere trasformate in spazi di vita e cultura.
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