La passione degli studiosi e i finanziamenti privati hanno consentito la pubblicazione dell'opera. Che contiene i dispacci diplomatici Esce il sesto volume dell'Edizione nazionale. Ma per l'ultimo mancano i fondi L'amarezza del curatore, Cutinelli Rendina: i docenti stranieri non riescono a credere che non si trovino le risorse per un grande della nostra storia Il paradosso è che i nostri umanisti hanno splendide edizioni critiche presso la Harvard University Press, ma in Italia vengono ignorati Non si riesce a capire e ad apprezzare il Machiavelli del Principe, dei Discorsi e dell'Arte della guerra se non si tiene presente il lungo e faticoso apprendistato diplomatico del Machiavelli uomo di governo. Dal 1498 al 1512 messer Niccolò fu al servizio della Repubblica fiorentina, come raccontano le migliaia di lettere scritte di suo pugno, a volte messaggi brevi, pratici, altre veri e propri saggi capaci di fotografare in poche righe la situazione contemporanea. Di tale attività frenetica (e modernissima), su cui si basa tutto o quasi il «Machiavelli maggiore», quello dei capolavori che scriverà dopo essere stato escluso violentemente dal governo della città, danno conto i volumi delle Legazioni. Commissarie. Scritti di governo nell'ambito dell'Edizione Nazionale. In questi giorni, per la Salerno Editrice vede la luce il sesto volume, a cura di Emanuele Cutinelli Rendina e di Denis Fachard (pagine 650, 60 euro). Per il settimo (e ultimo) bisognerà aspettare e contare nella buona volontà degli studiosi che vi lavorano a titolo completamente gratuito, oltre che nei finanziamenti privati provenienti dall'estero. Perché la verità è questa: lo Stato italiano non ha trovato i dieci-quindicimila euro occorrenti per pubblicare il sesto volume degli scritti diplomatici, che è stato stampato grazie a un piccolo contributo della Fondazione Margherita di Sion, la città del Vallese, in Svizzera, e alla donazione di uno studioso straniero che vuol mantenere l'anonimato. «Sono in imbarazzo a rispondere ai miei colleghi francesi o tedeschi quando mi chiedono notizie sull'uscita del teatro di Machiavelli o dell'epistolario privato confessa Cutinelli Rendina, professore di letteratura italiana a Strasburgo . Che cosa devo dire? Che il Paese che garantisce due milioni e mezzo annui all'Avanti! di Valter Lavitola non trova pochi soldi per l'edizione nazionale di uno dei suoi classici?». II discorso su come maltrattiamo i nostri autori è lungo (alcuni nostri umanisti hanno, per esempio, splendide edizioni critiche presso la Harvard University Press ma da noi sono ignorati) e ci distoglierebbe da questo nuovo volume che merita una certa attenzione per un paio di motivi. Il primo è che contiene una sessantina di scritti totalmente inediti, il secondo è che comprende il periodo di maggior fortuna politica del «segretario fiorentino». Parliamo degli anni dal 1507 al 1510, quando Machiavelli è uomo di fiducia del gonfaloniere perpetuo Pier Soderini e quindi viene affiancato agli ambasciatori «ufficiali» spesso espressione del partito degli ottimati (gli oligarchi) per portare la vera voce del governo cittadino. Si tratti della missione alla corte di Massimiliano I d'Asburgo, per decidere se finanziare l'imperatore nella guerra che lo opponeva a Luigi XII e alla repubblica veneziana, del terzo viaggio alla corte francese dove Machiavelli si lancia in una requisitoria contro lo strapotere dei papi, o semplicemente dell'incarico per seguire l'ultima fase della guerra contro la ribelle Pisa. Messer Niccolò fu inviato in Germania ad affiancare l'ambasciatore Francesco Vettori, esponente degli ottimati filoasburgici, per sostenere le ragioni di Pier Soderini, che invece era favorevole all'alleanza con la Francia. Quel che forse più interessa di questo viaggio alla corte imperiale, allora in Bolzano dove Massimiliano I era acquartierato per seguire la guerra contro Venezia, non è tanto l'esito politico-diplomatico quanto l'influenza che esso ebbe poi nella stesura delle opere maggiori. Machiavelli, poiché la pianura padana era bloccata, arrivò a Bolzano passando dal Piemonte, dalla Savoia e dalla Svizzera. Qui ebbe modo di notare l'organizzazione militare dell'unico popolo che viveva come «gli antiqui», con una milizia civica più efficiente degli eserciti mercenari. In Germania si rese conto di quanto fragile fosse lo Stato sovranazionale, al di là della retorica sul Sacro Romano Impero: la modernità al tempo di Machiavelli era rappresentata dallo Stato nazionale. Alcune di queste riflessioni sul campo le ritroviamo elaborate in vari capitoli del Principe e dei Discorsi. Inoltre, spiega Cutinelli, di particolare «esplicitezza e durezza» sono alcuni giudizi contro il papato e Giulio II durante la missione in Francia. «Che Dio lasci seguire quello che sia el meglio e cavi di corpo al Papa quello spirito diabolico che costoro (i Francesi) dicono li è entrato addosso», scriveva il segretario fiorentino in una lettera del 18 agosto 1510. E il 10 agosto si era augurato che i francesi tornassero ai metodi di Filippo il Bello, ai tempi dello «schiaffo di Anagni» a Bonifacio VIII. Per comprendere la personalità del Machiavelli, uomo del fare più che teorico puro, questo volume degli scritti diplomatici contiene vere chicche. Come la confessione, non inedita ma leggibile soltanto in un'irreperibile edizione di Giuseppe Canestrini del 1857, in cui Niccolò il 16 aprile 1509 implora dal «campo» di Pisa di non essere richiamato in sede: «So che la stanza sarebbe meno pericolosa e meno faticosa: ma se io non volessi né periculo né fatica, io non sarei uscito da Firenze, sì che lascinmi vostre Signorie stare infra questi campi e travagliare tra questi Commissari delle cose che corrono, dove io potrò essere buono a qualcosa, perché io non sarei quivi buono a nulla e morre' disperato». E' davvero una bella confessione per un grande scrittore diventato grazie alle opere scritte dopo la «cacciata» il fondatore della scienza politica moderna. Niccolò Machiavelli (Firenze, 1469-1527) è stato politico, storico, scrittore, drammaturgo e filosofo. È considerato il padre della scienza politica moderna Dal 1498 al 1512 fu al servizio della Repubblica fiorentina. Tornati i Medici, si ritirò a San Casciano, dove scrisse i suoi capolavori: 9 «Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio», «Il principe» e la commedia «Mandragola». Rientrato a Firenze nel 1520, lavorò alle «Istorie fiorentine» di cui stese i primi 8 libri Trappole e scherzi (anche osceni) nelle lettere inedite I dispacci diplomatici che Machiavelli mandava alla Cancelleria fiorentina erano spesso firmati con il nome del primo ambasciatore (Francesco Vettori per le corrispondenze dalla Germania) ed erano per lo più cifrati. A volte, spiega Cutinelli Rendina, i messaggi erano in chiaro perché fossero intercettati dai nemici. Altre volte erano mandati al solo scopo di gettare fumo negli occhi delle cancellerie straniere. Machiavelli componeva delle lettere senza avere nulla da dire di sostanziale. Questo tipo di messaggi cominciava in chiaro con una frase del tipo "d'ultima mia fu a dì del XVII del presente», poi proseguivano in codice con l'ammissione che non c'erano novità, quindi la pagina era riempita di lettere cifrate senza senso. Così i decrittatori dell'Ottocento, analizzando questo tipo di missive, si erano sempre fermati alle prime righe. Emanuele Cutinelli Rendina e Denis Fachard in queste «lettere che non dicono nulla» hanno invece trovato un piccolo tesoro di battute, lazzi, divertimenti, ad uso dei colleghi della Cancelleria. Ecco qualche esempio che conferma la vocazione di Machiavelli per il comico, come dimostra tutta la successiva produzione teatrale, a cominciare dalla Mandragola e la vera e propria passione per l'osceno, come ci dicono alcune lettere arcinote del segretario fiorentino, a cominciare da quella dell'incontro con una prostituta a Verona. «Questa è una cazzelleria: che menato sia la fava a chi crede che in questo mondo sia virtù veruna» scrive con divertito cinismo Niccolò nella lettera già citata dalla Germania. E in una successiva, rivolgendosi probabilmente a un collega, annota: «Ser Giovanni de' Poppi è uno zugo». Parola che si trova anche nella Mandragola e che significa stupido, fesso. Decisamente osceno è poi un brano in cui Machiavelli descrive certi attributi germanici: "Io vi dico ed io credo in ogni modo per uno che doverebbe congetturare la impossibilità della natura che fa le maggiori cose in questi paesi che in alcuno altro del mondo. È ci sono certi rubaldoni (ribaldi, ndr) grande come asini che hanno cazzi come io la coscia che vanno infilzando queste povere fantesche, talmente che vostre Signorie si meraviglierebbero ed appena chi non li tocca con mano lo crederebbe». Firmato Francesco Vettori, scritto da Niccolò Machiavelli.
Corriere della Sera
7 Novembre 2011
Machiavelli cerca 10 mila euro
DI
Dino Messina
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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