Opere d'arte trafugate, statue prese a colpi d'ascia, archivi distrutti: tra l'8 e il 12 aprile del 2003 il museo di Baghdad fu quasi distrutto. In un libro la storia archeologica del Paese e di un saccheggio che purtroppo non è ancora finito. II museo di Baghdad è sbarrato, sale vuote, reperti mutilati, il pavimento coperto di polvere. Nessuno può aver dimenticato le terribili scene del saccheggio avvenuto tra l'8 e il 12 aprile del 2003: vetrine sventrate, statue prese a colpi d'ascia, decorazioni in pietra e rame dei templi sumerici strappate dalle pareti, archivi distrutti. Si parlò di ladri professionisti su commissione, di folle affamate, di funzionari ex- baathisti collusi con lo staff del museo, di kuwaitiani vendicativi, di rnarines che aprirono le porte del museo incitando la gente ad entrare. La sola cosa certa è che, a poche centinaia di metri, i soldati americani non intervennero, nemmeno dopo l'accorata richiesti dei due direttori del Museo, Donny Geor gè Yotikhanna e Jabar Khalil, che si recaro no all'Hotel Palestine, per implorare aiuto al Centro di coordinamento dei marines. Straordinaria invece, sottolineò Martin Sullivan, capo della Commissione di consulenza per i beni culturali, nella sua lettera di dimissioni all'indomani del saccheggio, la precisione e il controllo dimostrato dalle truppe per proteggere i pozzi. Nei giorni successivi rurono spogliati e dati alle fiamme anche la Biblioteca nazionale, l'Archivio nazionale e numerose al tre istituzioni culturali e musei regionali. Novemila anni di storia spazzati via il pochi giorni, una catastrofe culturale che a caldo venne paragonata all'incendio del la Biblioteca di Alessandria, al sacco d Costantinopoli, alle invasioni dei Mongo li. Nel Museo di Baghdad si poteva seguire il percorso complessivo della storia della Mesopotamia, dalla nascita delle prime culture urbane dotate di scrittura, fine alla creazione dei grandi imperi a carattere universale, dal Mediterraneo al Golfo Persico. Forse in nessun altro paese al mondo esiste una corrispondenza tanto strettì tra il passato millenario e la contemporaneità, in nessun altro luogo è possibile leggere le vicende e le strategie politiche dei vari governi attraverso la storia de: loro rapporti con il patrimonio archeologico e storico. È questo il doppio binarie seguito da Frederick Mario Fales, ordinario di Storia del Vicino Oriente antico all'Università di Udine, autore di Saccheggio in Mesopotamia (Forum, editrice universitaria udinese, pagine 470, eurc 32,00), per raccontare Tirale, dal Mandate Britannico a oggi, dal punto di osservazione di un archeologo che negli anni Ottanta, è stato condirettore negli scavi di salvataggio nella zona di Eski Mosul, nell'Alte Tigri, quando il governo investiva i capitali del petrolio nella costruzione di dighe e bacini artificiali per lo sviluppo agricole del paese. È un libro appassionante non solo perché finalmente da profondità alla insensata serialità della cronaca quotidiana dall'Irak in guerra, ma perché rivela come una sinopia sotto l'affresco, l'origine di molti dei nodi contemporanei della politica mediorientale e dei rapporti tra l'Isiam e l'Europa, nonché l'abbrutimento di questa nuova ventata coloniale rispetto ai tempi della prima colonizzazione di cui l'Iraq Museum, che coincide con la nascita dello stato irakeno, è il simbolo forse più rappresentativo. Lo ha fondato nel 1923 l'inglese Gertrude Bell, esploratrice, consulente dell'Arab Bureau of Baghdad e grande amica di Feisal, pochi anni dopo l'entrata degli Inglesi a Baghdad nel 1917, in veste di liberatori dall'oppressore turco, alla guida del generale Stanley Maude. I primi scavi in Irak, incoraggiati dai sultani turchi, risalivano a metà dell'Ottocento e avevano fatto riemergere le immense ricchezze della civiltà assiro babilonese sepolte sotto i teli della pianura fra il Tigri e l'Eufrate. Trasportati in Europa, in virtù di una legge tardo ottomana che prevedeva la spartizione dei reperti alla pari tra l'Irak e i paesi d'origine degli archeologi, quei tesori avevano suscitato un foltissimo interesse per il Vicino Oriente. Nasceva l'orientalismo europeo nel quale confluivano due tendenze fino a quel momento parallele: la spinta alla conoscenza e al possesso intellettuale e il progetto colonialista di penetrazione politica dell'Oriente. Alla fine dell'800 si assiste a una vera febbre archeologica in Irak, a cui, dopo Inghilterra e Francia, si uniscono anche Germania e Stati Uniti. Si scoprono le prime città stato, l'invenzione della scrittura, le grandi opere irrigue dei Sumeri e mentre la Mesopotamia si conferma come culla della civiltà, la colpa della decadenza e dell'arretratezza del paese ricade tutta sull'arcaico e immobile Isiam. Con il rinnovo del trattato anglo-irakeno, gli Anni Trenta vedono un nuovo boom degli scavi dominato dagli inglesi: il British Museum a Ninive, Sir Leonard Woolley nell'antica Ur dei Caldei, Max Mallowàn, marito di Agafha Christie, a Nimrud. Ma l'archeologia in Irak resterà uno dei temi centrali della politica culturale anche nei diversi regimi populisti succedutisi nel paese dopo la caduta di Feisal, con il colpo di stato del 1958. Lo stesso Saddam Hussein, arrivato al potere nel 1979, punterà tutto su una nuova ideologia nazionale fondata sulla ricerca di un'identità irachena comune a tutti, anche ai curdi e agli sciti, facendo dell'archeologia uno strumento strategico della sua ideologia e della sua riscrittura della storia a fini di propaganda. L'insistenza sarà sulla continuità mesopotamica e la celebrazione delle civiltà sumerica assira e babilonese, i cui simboli compaiono sulle banconote, nel Parlamento «edificio di Hammurabi», nei nomi degli alberghi, Sheraton lshtar o dei nights di Baghdad, Semiramide e Nimrud. L'apoteosi dell'ideologia mesopotamica di Saddam è l'opulenta trasformazione di Babilonia, (100 milioni di dollari), in un parco tematico, circondata da mura nuove di zecca tenute insieme da malta e cemento, accanto alle rovine antiche seppellite sotto metri di sabbia. E il festoso Festival di Babilonia inaugurato nel 1989 che per emblema aveva i profili appaiati di Nabuccodonosor e Saddam! Benché una legge del 1974 mettesse fine alla mezzadria dei reperti, il paese pullula di missioni archeologiche americane, tedesche, italiane, francesi, polacche, oltre a numerose équipe irachene, (lo stipendio di un archeologo iracheno è di 1,50 dollari al mese) , un periodo d'oro per gli scavi che culmina con la scoperta da parte degli iracheni della biblioteca del tempio di Sippur e delle tombe delle regine assire a Nimrod. Sono gli ultimi colpi di coda. Nel marzo del 1991, la folla inferocita contro il dittatore per la disfatta post invasione del Kuwait, saccheggia oltre 4000 manufatti di epoca preislamica e islamica dai numerosi musei del paese, mentre uno dei risultati dell'embargo imposto dall'Onu sarà la ripresa degli scavi clandestini e del traffico di antichità irachene in grande stile. Provenienti da magazzini di musei o da scavi compaiono sulle piazze europee e americane, antichità mesopotamiche, che dai 10-15 dollari dei tombaroli, approdano a quotazioni vertiginose negli uffici di insospettabili antiquari o nelle case di invisibili collezionisti in Francia, Inghilterra, Svizzera, Stati Uniti. E se le antichità, come il petrolio, sono una delle risorse naturali del Paese, perché stupirsi che anche questa volta, sotto l'occupazione americana, nella drammatica anarchia del paese, la popolazione disperata vi sia potuta ricorrere. A mesi di distanza il bilancio è di 8560 pezzi mancanti e circa 20.000 danneggiati. Alcuni tra i più importanti, sono stati recuperati: il vaso di Warka, la dama di Uruk, la statua di Bassetki, trovata nascosta in una latrina. Se il saccheggio di Baghdad ha avuto il merito di riaprire interrogativi etici e giuridici sui traffici illeciti d'arte antica, le aspre polemiche che ne sono seguite fra archeologi e collezionisti, hanno oscurato una minaccia ancora peggiore che pesa sul patrimonio archeologico irakeno: il problema della razzia di siti archeologici in tutto il paese, decine, forse centinaia, svuotati sistematicamente, che rischia di rivelarsi un crimine culturale irreversibile.
l'Unità
4 Gennaio 2005
La più grande razzìa della storia
MA
Maria Pace Ottieri
l'Unità
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Bene culturale
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Capolavori in cattivo sito