Se non si investe aspettiamoci altri disastri ambientali Pioveva a dirotto quella mattina del 7 ottobre 1970. Andavo a Genova in treno per un convegno alla Fiera del Mare. Vidi dall'alto uno Scrivia gonfio di acque furiose battere contro un pilone del ponte che poco dopo sarebbe crollato. Pioveva anche sulla zona industriale, case, fabbriche e depositi petroliferi, della Val Polcevera. Pioveva su Genova, senza posa. Nel pomeriggio, quando già faceva scuro, al convegno mancò l'elettricità. Niente luci, microfoni spenti. «Vieni via con me Emiliani, qui non si mette bene. Risaliamo a piedi verso la città alta. Ti guido io». Era il console della Compagnia Portuale, Giovanni Agosti, a propormi quella via di fuga. Risalimmo a piedi, sotto l'acqua battente, la scarpata erbosa sopra la Fiera del Mare e da lì, passo passo, verso la parte alta del centro storico. Da piazza De Ferrari, Genova appariva spaccata in due. In alto tutto sembrava normale. In basso la città era buia e come morta. Sapemmo poi che quattro persone erano annegate nel sottopasso della Stazione Brignole. Ma il bilancio finale di quella alluvione doveva essere ben più rovinoso: 44 vittime fra morti e dispersi nella furia del Polcevera e del Bisagno. Il Comune di Genova contava allora quasi 817.000 abitanti, oggi ridotti a 600.000 appena, oltre un quarto in meno. Ma la città costruita, cementificata, asfaltata, urbanizzata è rimasta quella di allora, con uno sbancamento pauroso della montagna, con le alture tagliate a fette da strada su strade, asfaltate, che quindi, coi temporali sempre più «tropicali», divengono altrettanti fiumi che precipitano a valle, dentro i quartieri più abitati. Genova infatti è una città di mare e insieme di montagna: nel territorio comunale ci sono cime alte più di mille metri, il Monte Reixa ne conta 1.183. Cime sotto le quali si è costruito nel modo più intensivo, come mai si era fatto, saggiamente. Da quando esiste la Grande Genova voluta da Mussolini accorpando negli anni Venti una quindicina di Comuni, per circa mezzo secolo la popolazione è cresciuta moltissimo, urbanizzando sempre nuove zone, lungo le due riviere ma pure verso l'alto, dove una volta c'erano soltanto i Forti, con una densità di popolazione fra le piu' elevate. In quell'ottobre 1970 dovemmo constatare che il vastissimo letto del torrente Polcevera era stato ristretto da orti, campi da tennis, circoli sportivi, laboratori, e altro. Una follia. Mentre in alto non si ripulivano più gli alvei dei torrenti. O li si cementificava. Siamo sempre lì. Un anno fa, il 4 ottobre, il Ponente di Genova venne colpito da una grave alluvione. Cosa è successo nel frattempo? «Tredici mesi di testate contro il muro», spiega il presidente della Regione, Claudio Burlando, commissario per l'alluvione. «Se tutto va bene, sta per concludersi il lungo iter per lo stanziamento dei primi 45 milioni di euro previsti per i danni dell'anno scorso». Danni stimati però in 300 milioni. Il Wwf denuncia un bluff: è sparito lo stanziamento nazionale di 800 milioni (500 per la prevenzione del dissesto idrogeologico) promesso da Berlusconi e da Tremonti, con la vendita all'asta delle frequenze e con una quota dei Fas, già dimezzati. Dopo le tragiche inondazioni del 1966 (4 novembre, come ieri), il centrosinistra ci ha messo ventitré anni per varare una legge, peraltro buona, per la difesa del suolo, sul modello della Themes Authority londinese, ma il centrodestra ci ha messo pochi anni per definanziarla, smontarla, delegittimarla. Aspettiamoci altri lutti e disastri ambientali. Fino a quando governi responsabili non invertiranno di nuovo questa rotta criminale.