Nessuno osa mai farvi neppure un cenno, eppure una delle strade da seguire per intaccare il debito pubblico o per finanziare spese dello Stato riguarda i beni culturali. Di dismettere il patrimonio pubblico si parla, sia pure maldestramente e senza alcuna volontà decisa di procedere presto e bene. Di meglio usare il patrimonio si discetta da un pezzo, anche se talune vicende, come quella delle spiagge, sono desolanti. Resta, tuttavia, sempre escluso da qualsiasi discorso il patrimonio di valore culturale: intaccabile e intoccabile. Viceversa, bisognerebbe porsi il problema, per esempio, delle opere che, a decine di migliaia, giacciono nei depositi: quadri, sculture, oggetti, resti archeologici e beni mobili di proprietà pubblica. Sappiamo che in tutti i musei di tutto il mondo soltanto una parte, a volte minima, delle opere viene esposta, senza che ciò significhi che quanto resta nei magazzini sia privo di valore. Tutt'altro, come dimostrano esposizioni a rotazione compiute da non poche istituzioni, Galleria degli Uffizi in testa. Tuttavia, il destino della quasi totalità di tali beni culturali è rimanere a (teorica) disposizione degli studiosi. Mancano i mezzi per eventuali restauri. Si provvede, quando va bene, alla loro semplice conservazione. Naturalmente qualsiasi storico dell'arte insorgerebbe contro la vendita fosse pure di un Anonimo della bottega d'Ignoto vissuto nel primo Novecento. Eppure, collocare sul mercato una parte di quel patrimonio consentirebbe d'introitare somme per l'intaccamento del debito o fondi per gli stessi beni culturali rimasti pubblici, che sarebbero sempre immensi. Basterebbe pensare all'ingente, anzi smisurata quantità di lapidi, pezzi d'archeologia, quadri di artisti minori e minimi, che oggi costano per il solo mantenimento, per rendersi conto delle potenzialità esistenti. Del resto, l'Italia consentì perfino che uno dei maggiori ritratti rinascimentali, quello di Sigismondo Pandolfo Malatesta, dovuto a un nome fra i vertici dell'arte mondiale, Piero della Francesca, se ne andasse al Louvre in conseguenza dell'eredità Contini-Bonacossi. E' un'operazione che ricorda la vendita dei gioielli di famiglia? Senz'altro. Quando, però, una famiglia ha sul groppone oltre 1.900 miliardi di euro di debito, non può fare la schizzinosa. Checché ne pensino personaggi distanti come Vittorio Sgarbi e Salvatore Settis.