Biennale. «Nessuna nomina sulla testa della città» Il sindaco Orsoni ha parlato davanti alla Commissione Cultura del Senato, il voto tra due settimane Galan ha interrotto una prassi che riconosceva un ruolo strategico agli enti locali nell'individuazione del presidente. Una grave mancanza di garbo istituzionale Ogni anno il Comune mette a disposizione della Biennale beni e servizi per un valore di circa cinque milioni di euro. Non può essere escluso dalla decisione Enrico Tantucci Si allontana il voto al Senato su Giulio Malgara come presidente della Biennale. La Commissione Cultura del ramo parlamentare che si è riunita ieri per ascoltare in audizione sulla nuova presidenza della Biennale il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni - che ha sostenuto la riconferma di Paolo Baratta - ha infatti fissato tra due settimane il voto sul manager pubblicitario candidato al vertice della Biennale dal ministro dei Beni Culturali Giancarlo Galan. Un voto che potrebbe dunque avvenire in un quadro politico completamente cambiato - visti gli eventi convulsi delle ultime ore - e forse con un altro Governo e un altro ministro. Per questo ora nelle file dell'opposizione - dopo che la candidatura di Malgara è già stata bocciata dalla Commissione Cultura della Camera - regna un certo ottimismo sull'esito della vicenda Biennale, come sottolineava ieri il senatore Vincenzo Vita del Pd. Da parte sua, nell'audizione davanti alla Commissione Cultura, Orsoni, vicepresidente di diritto della Biennale non è entrato nel merito della scelta di Giulio Malgara per la presidenza della Biennale, ma ha puntato l'indice sul percorso definito «irrituale» scelto dal ministro dei Beni culturali Giancarlo Galan nell'indicarlo. Orsoni, ha sottolineato «non la perplessità sulla persona indicata ma sulla procedura scelta da Galan con la totale mancata condivisione delle scelte con gli Enti locali che pure pesano nella Biennale. Con la designazione del ministro si è interrotta una prassi che riconosceva un ruolo particolare agli enti locali, contro il parere dei quali il ministro non è mai andato». Per il sindaco c'è stata «un'assoluta mancanza di garbo istituzionale» da parte del ministro. Una «perplessità» sulle scelte di Galan, secondo Orsoni, che pesa perché si va ad «interrompere una collaborazione con Paolo Baratta che pure ha avuto risultati ottimi sia sul fronte culturale che gestionale della Biennale tanto da registrare per la prima volta il tetto del 50 per cento del finanziamento da parte dei privati». Orsoni ha registrato un «grande interesse da parte della commissione» sulla vicenda, ed ora ne «attendo il voto». Il sindaco ha anche evidenziato che la legge consente certamente il rinnovo di Baratta per un altro quadriennio. «La Biennale di Venezia è la città - ha poi detto Orsoni -, e deve continuare a lavorare bene in perfetta sinergia con gli enti locali e le grandi istituzioni culturali. Una interruzione di questa esperienza virtuosa-sarebbe un danno per Venezia in considerazione della rilevanza internazionale che la Biennale riveste nel mondo della cultura e conseguentemente per i riflessi negativi su tutta la politica culturale della città che una gestione non adeguata determinerebbe». Orsoni ha poi ricordato il rapporto stretto tra Comune e Biennale anche sul fronte economico che si è tradotto nella messa a disposizione delle sedi e servizi per un valore economico che può essere stimato in affitti non percepiti per circa cinque milioni di euro l'anno. E, ancora, accordi con il ministero della Difesa per l'Arsenale e con le grandi istituzioni culturali della città per favorire le attività della Biennale». «Il sindaco - ha poi commentato il senatore Felice Casson del Pd, tra gli intervenuti - ha ribadito la necessità di una continuità nella gestione attuale così come è stato sollecitato dalle migliaia di firme raccolte in tutto il mondo in tal senso (attraverso l'appello lanciato dalla Nuova Venezia ndr), tra le quali quelle dei responsabili dei maggiori musei e centri artistici mondiali. Di fronte a questa situazione appare del tutto incomprensibile l'insistenza di Galan su quella che sembra essere soltanto una brutta "marchetta" politica».