Si prepara a inaugurare la mostra più importante che Galleria Borghese abbia finora ospitato. A dicembre Anna Coliva, direttrice della Galleria, saluterà il ritorno a Roma della collezione archeologica dei Borghese, che riprenderà posto nei locali che la ospitarono prima che Camillo Borghese, marito di Paolina Bonaparte, la vendesse a Napoleone. «Un lavoro di quattro anni - spiega Coliva - e il Louvre ha acconsentito a prestarci 65 pezzi, i capolavori della collezione, purché ritornassero dove erano, nelle stesse sale. Più che una mostra è una ricostruzione». Per quattro mesi - da dicembre a marzo - ci sarà, dunque, un motivo in più per visitare la Galleria immersa nel parco di Villa Borghese. Un parco storico, disegnato nel '600, che può contare sulla tutela monumentale assoluta da parte del ministero dei Beni culturali e che si presterebbe assai bene a essere valorizzato anche come circuito museale. «Un'idea semplice e a costo zero: mettere in rete - afferma Coliva, che ha presentato il progetto nel 1997 - il museo archeologico di Villa Giulia, la parte del museo egizio del Cairo ospitato nell'accademia egizia, la galleria nazionale di arte moderna, le opere rinascimentali e barocche di Galleria Borghese, i musei comunali con le loro specificità. Con un biglietto integrato e mezzi di trasporto adeguati c'è la possibilità di fare un percorso di storia dell'arte. Il Grande Louvre noi ce l'abbiamo: basta battezzarlo». Il progetto, però, in 14 anni non si è mosso di un passo. «Inutili conferenze di servizi - afferma Coliva - che alla fine hanno lasciato tutto com'era». Non si è riusciti neanche a riunire il complesso secentesco di Galleria Borghese. Il giardino segreto, che affianca la Galleria, è ancora diviso. Una parte, quella che termina con l'Uccelliera, il comune ha acconsentito a darla alla Galleria, ma le altre due parti, quella dove si trova la Meridiana e l'altra che dà verso via Pinciana, sono ancora sotto il controllo comunale. «Sarebbe inconcepibile in qualsiasi altro Paese del mondo - afferma Coliva-. E lo stesso si può dire per la parte, staccata dalla Galleria, dove si trova l'asilo. Lì c'erano gli uffizi, l'amministrazione dei Borghese. Sarebbe una destinazione perfetta per i servizi di ristoro della Galleria. Soprattutto, verrebbe restituito l'edificio al complesso architettonico della villa, mentre l'asilo potrebbe essere trasferito negli edifici degli anni Cinquanta che si trovano accanto». Una situazione emblematica dello stato della cultura nel nostro Paese. «Non studiamo più - spiega Coliva -. Siamo spedizionieri che mandano in giro per il mondo le nostre opere. Senza progettualità. La nostra contemporaneità sono, in altre parole, i pezzi vecchi ereditati su cui non si fa nessun lavoro di volorizzazione. Dovremmo mandare oltre confine il nostro contemporaneo, far vedere quello che siamo. Invece facciamo viaggiare il "come eravamo" di mezzo secolo fa». Il problema è pure che quella dell'Italia che ha la maggior parte del patrimonio mondiale è una favola. «E propaganda - aggiunge Coliva -. Abbiamo solo un'alta percentuale di opere del periodo dal 1300 al 1750. E una parte l'abbiamo venduta. Così che per vedere Raffaello non bisogna venire in Italia, ma andare a Londra. Ora c'è rimasto il paesaggio, ma stiamo vendendo anche quello. Finiremo come la Grecia. La grecità in Grecia non esiste. Sono sempre stati gli altri a studiare l'archeologia. Noi stiamo facendo lo stesso. Negli ultimi venti anni la situazione è precipitata in maniera esponenziale: anni fa la bibliografia su Raffaello era per il 70 italiana, ora non si arriva al 40 per cento».