Emerge dalle carte la figura dì Angiolo de' Frescobaldì, grande connoisseur dell'800 che incrementò la quadreria di famiglia e fu mediatore di eccezionali compravendite Piantato a Firenze in riva all'Arno l'albero dei Frescobaldi fruttifica da mille anni. Dai suoi rami pendono grappoli di lanieri e seta-ioli, di banchieri e imprenditori, di proprietari terrieri e diplomatici, ma anche poeti e musicisti, dame d'alta classe, intrepidi viaggiatori, collezionisti e mecenati delle arti. Se la Divina Commedia esiste il merito va bipartito: è un po' di Dante e un po' di Dino Frescobaldi, il brillante poeta stilnovista che mise in salvo la prima cantica del poema quando T Alighieri venne cacciato da Firenze e poi spronò il Maestro a continuare l'opera in esilio. E che dire di quel Leonardo Frescobaldi che a metà Trecento fece rotta su Egitto e Palestina e, per nulla intimorito «dalli turchi», ne descrisse senza pregiudizi usi e costumi fissando le sue impressioni in un diario di viaggio che il presidente egiziano Sadat teneva sempre a portata di mano e che oggi alcune università americane consigliano come lesto base per la conoscenza del mondo arabo-musulmano. Tenaci e prudenti, i Frescobaldi sono sopravvissuti ai rovesci della storia, alle insolvenze dei re d'Inghilterra ai quali prestarono in più di un'occasione danari a palate senza rientrare dei crediti e all'odio feroce dei Medici, che li temevano quali pericolosi rivali sulla piazza fiorentina. -Sono sopravvissuti anche all'inesorabile mutare delle vicende economiche: oggi la loro banca non esiste più e non esistono più le attività legate al commercio. Al loro posto è rimasta la terra, che da settecento anni produce ottimo vino e che attualmente rappresenta l'asse portante delle attività imprenditoriali della famiglia. Ma si può compiere mille anni e far finta di niente? Evidentemente no. Dino Frescobaldi, inviato speciale di «Corriere» e «Repubblica», omonimo del poeta nonché capofamiglia in carica, ha preso il coraggio a due mani e si è tuffato negli archivi di famiglia uscendone con un libro che racchiude una breve ma veridica storia dei mille anni di storia della famiglia. Le ricerche di Dino Frescobaldi si sono fortunosamente incrociate con quelle di Francesco Solinas, brillante studioso del collezionismo europeo, il quale trovandosi a inseguire un importante ritratto di Cassiano Dal Pozzo è finito con approdare nelle case dei Frescobaldi. Qui, non solo ha rintracciato il suo ritratto, ma si è subito reso conto di essersi imbattuto in una vera e propria miniera d'oro: con un mare-di carte d'archivio a disposizione e una buona dose di dipinti superstiti si poteva tentare una prima ricostruzione del secolare collezionismo della famiglia. E così è stato. Francesco Solinas coadiuvato da Roberto Battoli e Roberto Contini e direttamente assistito nelle ricerche da Bona Frescobaldi (moglie di Vittorio, il responsabile delle aziende vinicole di famiglia) ha potuto mietere scoperte su scoperte. Ha rintracciato, ad esempio, i pagamenti a Francesco Lippi per i grandi ritratti Frescobaldi, detti familiarmente i «ritrattoni», che decorano i piani nobili del palazzo in Borgo Santo Spirito. Ma soprattutto ha riportato in luce la figura di Angiolo de' Frescobaldi, senza dubbio il più grande collezionista della «Casa Frescobalda» e occulto deus ex machina dell'intero collezionismo fiorentino della seconda metà dell'Ottocento. I Frescobaldi erano stati nei secoli mecenati delle arti, avevano fatto costruire il ponte di Santa Trinità a Firenze, avevano ingaggiato Brunelleschi per edificare la Basilica di Santo Spirito. Ma. al contrario dei Medici, non coltivavano il fasto privato, vivevano in case relativamente spoglie e le poche opere d'arte che gli antichi inventali ricordano finirono spesso frazionate e disperse in occasione delle divisioni ereditarie. A metà Ottocento però le cose mutarono radicalmente, grazie appunto alla figura di Angiolo Frescobaldi. Amante fin da ragazzo di dipinti e sculture, e assiduo frequentatore non tanto di accademie quanto d'antiquari e robivecchi, il Frescobaldi consolidò la propria cultura e il proprio occhio a contatto diretto con le opere d'arte. Divenne Gran Ciambellano dell'ultimo Lorena e precettore di suo figlio, e in contemporanea si accreditò come uno dei più grandi esperti di pittura antica presenti in città. Contando sulle sue solide conoscenze e sulla sua altrettanto solida discrezione, a lui cominciarono a rivolgersi nobildonne decadute, parroci bisognosi, aristocratici in necessità, tutti alla ricerca di consigli, perizie e intermediazioni per piazzare al meglio (e senza troppa pubblicità) opere d'arte di loro proprietà, in particolare fondi oro medievali e dipinti del Rinascimento, allora in grandissima voga tra i collezionisti. Così agendo, «sor Angiolo», come veniva cordialmente chiamato in città, gettò le basi delle notevoli collezioni di famiglia, le quali ancora oggi, nonostante vendite, divisioni e dispersioni in musei di tutto il mondo, contano capolavori di Simone Martini, Giovanni di Paolo, Orcagna, Biagio d'Antonio, Girolamo della Robbia, Botticini e Allori, solo per citare i maestri più noti. Le raccolte dei Frescobaldi vennero ulteriormente arricchite da un altro episodio, tutt'altro che secondario: il matrimonio "tardivo" di sor Angiolo con la stagionata Leonia degli Albizzi, ultima erede di un ingente patrimonio avito, con annessa succulenta quadreria. Ma c'è di più. Angiolo Frescobaldi divenne il consulente artistico di mezza Europa. I granduchi di Russia a quanto pare non compravano alcunché senza prima aver sentito il suo parere, e così dalla Francia, dall'Austria e dall'Inghilterra ci si serviva delle sue mediazioni per l'acquisto di opere d'arte, spesso di rilevanza clamorosa. A questo proposito gli archivi hanno restituito un documento molto importante, ritrovato da Bona Frescobaldi. Nel 1848 i Franceschi Marini, nobili di Sansepolcro e discendenti di Piero della Francesca, decisero di mettere in vendita una tavola del loro illustre antenato, nientemeno che la celeberrima Adorazione con Angeli musicanti oggi alla National Gallery di Londra. Naturalmente si rivolsero ad Angiolo de' Frescobaldi in qualità di esperto ben ammanicato nonché di loro diretto parente. Costui, con anglosassone aplomb, incamerò l'opera e se la tenne in casa a Firenze fino al 1861. Poi, attraverso i buoni uffici di Alexander Barker e dell'avvenente nobildonna Francesca Hay, riuscì a "piazzarla" presso il museo londinese.