La monumentale scultura lignea del Settecento al centro di una "resurrezione" artistica curata da Elena Burchianti Sotto strati di vernice spuria, posticcia, la grazia maestosa del Cristo settecentesco si è conservata integra, inalterata. Forse un po' dimenticata, collocata com'era - e com'è stata per lunghi anni - su una parete di fondo, relegata alla penombra che di solito spetta alle bellezze apocrife. Ma grazie all'impegno della Soprintendenza e del Comune di Pisa, e dopo un restauro durato un anno, il crocifisso monumentale della basilica di San Piero a Grado splende di luce propria. Una resurrezione artistica: l'antica chiesa, altissimo esempio di romanico, ha ritrovato il suo più importante tesoro. Merito delle mani pazienti e caparbie di Elena Burchianti, la restauratrice che se n'è presa cura, che ha passato mesi a eliminare da quei legni secolari, forse incisi da Giuseppe Giacobbi (ma la paternità non è certa), tutto ciò che il tempo, con la complicità di bizzarri interventi che in altre epoche andavano molto di moda, vi aveva depositato. Bizzarri sul serio: «In passato si usava ammodernare, "rinfrescare" le statue con dipinture nuove. Col cambiare dei gusti, delle mode, a un certo punto succedeva che quel particolare incarnato veniva a noia, che quei colori originali sembravano di colpo superati, vecchi. Allora si coprivano con tinte fresche, si alteravano, a volte addirittura si potevano aggiungere particolari posticci, tipo un paio di baffi. Sopra il cristo di San Piero a Grado c'era una spessa patina scura composta da oli essiccati, più due strati di dipintura aggiunti in vecchi interventi di restauro. Infatti, quando ho iniziato a lavorarci, era completamente nero». Originariamente, spiega Elena, «il crocifisso era nato per stare sull'altare maggiore, poi durante l'ammodernamento di Piero Sanpaolesi, è stato spostato su una parete laterale, in fondo. Risale ai primi del Settecento; la prima ridipintura è della fine del Settecento, poi ce n'è un'altra ottocentesca, mentre, riguardo alla patina nerastra, da alcune foto che abbiamo trovato si sa che c'era già nel 1930. E probabile che risalga ai primi anni del Novecento». Il crocifisso di San Piero a Grado è monumentale. 2 metri e 70 di altezza. E stato costruito assemblando più tavole (quattro), incollate e unite da perni. Questo perché «il legno è sempre vivo, tende a muoversi, con gli anni rischiava di fare delle fenditure e schiantare. Con questa soluzione, invece, nemmeno una rottura. Una tecnica già adottata a Firenze, questa della costruzione a strati... Il fatto che Giacobbi abbia avuto numerosi contatti con la scuola fiorentina, è un indizio che collima con l'attribuzione della statua alla sua mano. Ma non ci sono prove certe». Un'altra caratteristica rimarchevole: il perizoma in tela che cinge i fianchi del Cristo. «E uno dei pochissimi esempi di perizoma in tessuto giunto intatto ai giorni nostri. Si tratta di una tela di lino imbevuta in colla d'amido, girata sui fianchi e annodata da una parte. Doveva essere colorato in azzurrite e lumeggiato d'oro, ma questi riflessi si vedono solo al microscopio, ora è semplicemente color stoffa. Anche il perizoma era diventato completamente nero per i vari strati di oli siccativi applicati sul tessuto». Le grandi dimensioni, i toni realistici dell'incarnato, l'impronta della sofferenza sul volto: una verosimiglianza di forte impatto emotivo. «Il Cristo di San Piero è "davvero" un uomo messo in croce. Un tempo, quando si trovava nella sua collocazione originaria, sull'altare maggiore, la potenza evocativa di quest'opera doveva essere disarmante. Doveva rappresentare, diciamo, il culmine della bellezza artistica dell'ambiente. Sembra che l'autore abbia fatto di tutto per rendere viva l'umanità della passione del Cristo. Se la basilica è meravigliosa, con questo crocifisso tornato alla luce lo è ancora di più».
PISA. Con il Cristo restaurato la basilica di San Piero ritrova un suo tesoro
La basilica di San Piero a Grado a Pisa ha visto una "resurrezione" artistica grazie al restauro del crocifisso monumentale del Settecento. La scultura lignea, alta 2 metri e 70, era stata coperta da strati di vernice spuria e oli essiccati, che avevano alterato la sua bellezza originale. Il restauro, curato da Elena Burchianti, ha eliminato questi strati e ha rivelato la grazia maestosa del Cristo. La scultura è stata costruita assemblando più tavole di legno e univa con perni per evitare che si muovesse e si facesse delle fenditure. Il crocifisso è stato attribuito a Giuseppe Giacobbi, ma non ci sono prove certe.
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