Creatività. Il professore oggi a Palazzo Vecchio per la tavola rotonda organizzata da Florens 2012 Santagata: la cultura salverà l'industria. Con design, cibo e moda Gli ostacoli «La politica non si accorge del grande potenziale che abbiamo. E serve anche un nuovo ceto di imprenditori» A salvarci saranno cultura e creatività, ma serve un cambio di passo. Ne è convinto Walter Santagata, ordinario di scienze delle finanze all'Università di Torino. Santagata, già coordinatore di una commissione che, per il Mibac, elaborò un modello per le industrie creative in Italia vede in questo approccio il futuro per una cultura diversa, oltre il vecchio caro museo. Anche questo sul tavolo dell'incontro intitolato Produrre cultura: patrimonio, paesaggio, industria creativa organizzato da Florens 2012 oggi dalle 15 a Palazzo Vecchio, aperto dai saluti di Giovanni Gentile e moderato da Davide Rampello. Il convegno sarà articolato in tre parti: Il presente si guarda alle spalle vedrà tra gli oratori Roberto Lecchi, segretario generale del Mibac, la seconda sarà dedicata a paesaggio, sostenibilità e competitività. Ruoterà invece attorno alle industrie creative la parte conclusiva del convegno: «In Italia siamo un po' in ritardo con l'attenzione alle industrie creative rispetto ai fenomeni reali spiega Santagata, membro della direzione culturale di Florens in realtà già dalla fine degli anni Ottanta con le tecnologie da un lato e una diversa interpretazione dell'industria culturale si è visto che non solo è possibile produrre reddito ma anche migliorare la qualità sociale di un luogo». Tre i capisaldi su cui puntare: design industriale e artigianato, gastronomia e moda. «Può essere l'Italia la cerniera tra chi considera l'industria creativa solo un business legato all'innovazione tecnologica e chi considera anche l'opportunità di una crescita sociale. Cruciale è il ruolo dei distretti, anni fa Istat ne individuò circa 200 in Italia ma a guardar bene sono molti di più. In fondo anche nelle zone agricole le denominazioni di tutela come doc e dop sono distretti, basta guardarli con occhi più moderni e vediamo che sono legati alla produzione di cultura e alla circolazione di informazioni». Un passaggio culturale né rapido né a costo zero: «Nel libro bianco che la commissione elaborò individuammo 14 industrie creative che includevano lo spettacolo dal vivo, il cinema e la tv, per un'incidenza pari al 10 del Pil, ma è una grande impresa che solo un governo può affrontare e sul medio periodo. Ma la politica non si accorge del potenziale che abbiamo e che fa sì che quando andiamo a proporre una mostra in Cina, ad esempio, ci accolgono ospitandola in piazza Tien An Men. Per questo nel convegno dichiareremo quanto serva un nuovo ceto di imprenditori culturalmente avveduti e aperti». Ma come si coniuga la nostra vocazione a nicchie di eccellenza, alta professionalità e artigianalità con gli echi di larga scala che solo il termine «industria creativa» suscita? «E' vero ammette Santagata ci sono settori come quello della moda ma non solo in cui altri meglio di noi, penso agli spagnoli o agli scandinavi, hanno saputo declinare l'alto design con il basso prezzo, ma non dimentichiamoci di modelli vincenti come Eataly (il supermercato dell'eccellenza italiana, sbarcato con grande successo anche a New York, ndr). Insomma, va bene Zara ma valorizziamo ciò che abbiamo. Slow Food non l'hanno mica inventato gli svedesi».