Giovanni Agosti non è solo uno dei migliori storici dell'arte italiani: è anche uno dei pochi che pensano, e scrivono sui giornali, che la storia dell'arte serve a «liberare la testa» (è il sottotitolo del suo libro Su Mantegna, 2005), e non a fare intrattenimento di lusso attraverso le «marchette» dei grandi eventi. È questo lo spirito del «breve feuilleton critico» (Le rovine di Milano, Feltrinelli, che riunisce otto lunghi articoli apparsi durante l'estate sul supplemento culturale del «Manifesto») che sprofonda il lettore negli inferi dello sfascio della cultura milanese, e di quella italiana, dagli anni Ottanta ad oggi. Attraverso un intreccio sapiente, Agosti ricostruisce i nessi tra fatti solo apparentemente lontani (dall'introduzione dell'ingresso a pagamento alla Biblioteca Ambrosiana al collezionismo di Luigi Koelliker, dalle mostre di Flavio Caroli al naufragio dell'editoria d'arte), riuscendo così ad indicare le «ragioni di una decadenza, morale prima che politica». Fin da quando sono comparsi su «Alias», gli affondi di Agosti hanno scosso il mondo, assopito e compiacente, degli storici dell'arte. Il pezzo dedicato alla «Favola di Brera», per esempio, ha indotto un altro ottimo storico dell'arte, Matteo Ceriana, a proporre una lettura alternativa delle vicende recenti del massimo museo milanese: un testo che ha circolato solo sulle email degli addetti ai lavori, e che sarebbe bello veder pubblicato, anche perché appare più convincente delle pagine braidensi di Agosti. Nessuno ha invece replicato, per ora, alle bordate contro il Museo del Novecento: che ha invece il gran merito di averci restituito l'Arengario con dentro un museo pubblico, serio, ordinato storicamente e con un eccellente apparato didattico. Lo stile e l'ethos di Agosti possono piacere o meno, ma ciò che, nel libro, obiettivamente delude è la conclusione, dove l'autore si sottrae al dovere di «avanzare proposte concrete e percorribili per il futuro». Il pretesto retorico del «troppo caldo» della Milano estiva, che poteva forse funzionare su «Alias», mutila un libro il cui evidente (e legittimo) fine è quello di indirizzare la politica culturale della giunta Pisapia. Unita ai rimpianti per il paradiso perduto della Milano in cui una curatrice museale poteva conquistare «una menzione, per quanto di striscio, nei Fratelli d'Italia di Alberto Arbasino», l'assenza di una pars costruens rischia, infatti, di trasformare il discorso (spesso sacrosanto) di Agosti in un lamento, snobistico e passatista, buono solo per gli «amici di sempre».
Addio, Milano bella
Giovanni Agosti è uno storico dell'arte italiano che pensa che la storia dell'arte serve a liberare la testa, non a fare intrattenimento. Il suo libro "Su Mantegna" (2005) e il feuilleton critico "Le rovine di Milano" (Feltrinelli) esplorano la decadenza della cultura milanese e italiana dagli anni Ottanta ad oggi. Agosti ricostruisce i nessi tra fatti apparentemente lontani e indica le ragioni di una decadenza morale e politica. I suoi articoli hanno scosso il mondo degli storici dell'arte e hanno proposto alternative alle vicende recenti del Museo del Novecento. Tuttavia, la conclusione del libro delude perché non offre proposte concrete per il futuro.
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