Dice Frederick Mario Fales che quello del museo di Bagdad è stato un saccheggio «epocale». Sono state date notizie prima allarmisti-che e poi rassicuranti. Ma in realtà sono spariti non meno di quindicimila reperti archeologici, tra cui quattromila sigilli. Ed è una spoliazione che non è terminata. Secondo Frederick Mario Fales, che è ordinario di storia del Vicino Oriente antico all'università di Udine e autore di Saccheggio in Mesopotamia (pagg. 470, euro 32, Forum, editrice universitaria udinese), ogni giorno mentre infuriano attentati e sparatorie almeno mille pezzi provenienti da scavi illegali lasciano l'Iraq per finire sul mercato occidentale. Afferma Fales: «Se accadesse in Italia quello che è avvenuto a Bagdad sarebbe stata una tragedia nazionale. La guerra invece ha fatto dimenticare l'esistenza di un museo archeologico di importanza mondiale come quello della capitale irachena, che funzionava perfettamente non dimentichiamolo - La questione forse è stata sottovalutata perché all'inizio era stata annunciata una perdita di 140.000 pezzi. Quindicimila è stima odierna delle perdite. Non è piccola. E' vero che i grandi capolavori sono stati restituiti. Ma solo perché non erano commerciabili. E sarà difficile ritrovare qualcosa perché "quello che manca non era stato catalogato, come i quattromila sigilli che erano conservati nel cassetto di una scrivania del museo". Perché rubare quattromila sigilli. «Quattromila sigilli si mettono in tasca e passano tranquillamente la frontiera perché se non sono di metallo non fanno scattare allarmi. Sono molte le persone coinvolte. A New York un politologo iracheno è stato trovato con del materiale marcato dal museo. Ma in gran parte non è marcato e se non lo è finisce addirittura su eBay. E' una grossissima tragedia anche perché, tra l'altro, non riusciamo a capire o a valutare quando il museo potrà essere riaperto: Bagdad è sottoposta a tensioni tremende». Oltre ai sigilli cosa manca? «Pezzi minuti, tavolette. Sono oggetti che a Bagdad possono fruttare al ladro tra i trenta e cinquanta dollari. Sul mercato giordano arrivano a settecento dollari e possono salire ulteriormente sul mercato occidentale. La provenienza garantisce l'autenticità in un mercato che è invaso anche dai falsi». E' così grande secondo lei il mercato illegale? «Le antichità, credo, sono entrate a far parte dei beni rifugio. Il mercato si è allargato molto, la circolazione è enorme. I reperti archeologici sostituiscono l'investimento in borsa». Eppure le antichità sono fuori dal gusto odierno... «Ci sono molti appassionati, grandi collezionisti. In Giappone è stato fondato un museo... Ci sono sempre nuovi mercati. Si ruba da Kabul alla Mesopotamia, ma sono stati razziati i musei iugoslavi. Lo sfascio delle antichità è spaventoso. E c'è un mercato che è sempre più sotterraneo perché le grandi case d'asta sono più attente. Ma esiste un circuito parallelo che a volte emerge, magari su eBay». Su eBay? «Sì. Ho fatto una ricerca su Internet. Ho chiesto una tavoletta sumerica e nel gennaio del 2004 mi è apparsa sullo schermo, in offerta da eBay». Il patrimonio archeologico iracheno comunque non sembra al centro dell'attenzione interna e internazionale. «Non è cosi. Le nuove autorità irachene stanno stipulando convenzioni con le organizzazioni internazionali, ad Àmman si organizzano corsi di restauro. Arrivano aiuti anche su questo fronte da tutto il mondo, a cominciare dall'Italia che ben conosce le spoliazioni causate dalla guerra. I carabinieri del nucleo per la tutela del patrimonio artistico hanno fatto molto, sono arrivate delegazioni delle università italiane, dell'istituto centrale di restauro. Abbiamo aiutato a riorganizzare il settore dei beni culturali». Ma gli scavi archeologici mesopotamici sono protetti? «I siti archeologici vengono saccheggiati quotidianamente. Si parla di mille oggetti al giorno e questi si mescolano a quelli spariti dal museo, non catalogati. Il paese viene razziato sistematicamente. E' una tragedia nella tragedia che non finirà fino a quando il paese non sarà pacificato. Stanno sparendo pezzi della storia del mondo perché quando i reperti appaiono sul mercato sono privi del suo contesto: non sapremo dove è stato trovato, non potremo ricostruirne la storia, capire. Dovevamo inglobare l'Iraq nel nostro sistema ma abbiamo fatto esattamente l'opposto. Viene da rimpiangere la colonizzazione inglese a cui va riconosciuto il merito di aver favorito la nascita del museo di Bagdad. E se continua così arrivo a dire che tanto vale aderire alle istanze più reazionarie del collezionismo».