Marco Michielli Presidente Confturi smo Veneto La dichiarazione di città d'arte, da più parti invocata in questi ultimi tempi, partendo da Noventa di Piave per arrivare a Mestre, consente di beneficiare della legge regionale 621999 che, alla pari dei comuni ad economia prevalentemente turistica, permette l'apertura domenicale in deroga delle attività commerciali. Con questa opzione, va da sé, il comune beneficiato diventa improvvisamente attrattivo per l'apertura festiva (sulla quale i capoluoghi stanno andando in ordine sparso) o l'edificazione di centri commerciali, cosa che subito si traduce in incassi da parte delle amministrazioni di oneri vari. La svalutazione della qualifica di città d'arte implicita in questo approccio muove solo a danno delle moltissime altre che ben l'hanno meritata nel corso dei secoli e ad ulteriore danno della credibilità dell'intera regione. Andando sul concreto, non è che, se si volesse riconoscere ad Arquà Petrarca lo status di città d'arte, ne dovrebbe conseguire l'assenso all'apertura entro i suoi confini, cari al Poeta, di un centro commerciale. Di pari passo non è che si possano violentare la storia e il buon senso di cittadini e turisti, nel riconoscere città d'arte insussistenti al fine di agevolare chi voglia realizzare un outlet in una periferia degradata o aprire enne volte all'anno durante le festività. E qui mi permetto di scomodare Wilhelm Wundt e la sua eterogenesi dei fini, perché, a mio modo di vedere, è il più calzante esempio di come si possano generare «conseguenze non intenzionali da azioni intenzionali». Ricordo infatti, e lo rivendico alla mia Confederazione con veneto orgoglio, la proposta che facemmo alla Regione di riconoscere in legge al complesso del territorio delle sette province la qualifica di turistico, in quanto storia e territorio della nostra regione rappresentano un unicum contessuto nel corso dei secoli. La richiesta fu prima cassata, ma poi rinverdita dall'Anci come mero esca-motage al solo fine di consentire una generalizzata applicazione della nefanda tassa di soggiorno, e a questo punto da noi respinta al mittente. Scottati dall'esperienza, oggi che improvvisamente vediamo ergersi sindaci paludati da volenterosi portabandiera della vocazione artistico - storica del proprio comune, vogliamo comprendere se siano essi romantici vessilliferi del bello, autentici pasdaran della cultura, sinceri rivendicatori di meritato riconoscimento alle passate glorie di antiche città, le cui valenze meritano di essere additate a contemporanei e posteri, o più prosaicamente portatori di interessi che - insinuandosi nelle pieghe interpretative del disposto di più leggi regionali - mirano esclusivamente a vantaggi economici, affatto importando loro di storia e arte. Parlino chiaramente, questi primi cittadini, e non confondano la lana con la seta nel tentativo di asservire un non meglio definito concetto di arte alla frenesia del consumo. Non mi permetto di fare processi alle intenzioni dei sindaci, ma certo è giunto il momento di alzare il velo e fare chiarezza e distinguo tra le due tipologie di riconoscimento, in legge e a titolo definitivo.