Paletti ben chiari. Serviranno per indagini conoscitive, restauri urgenti e progetti di recupero La Ue non si fida. Il commissario Johannes Hahn: «Seguirò di persona il procedere dei lavori» Pompei crolla e l'Europa deve metterci una toppa. Via libera ai 105 milioni Alla fine paga l'Europa: tocca alla Ue correre in soccorso degli scavi di Pompei. Ma Bruxelles non si fida dell'Italia e pone paletti stringenti per l'utilizzo dei 105 milioni, tagliando fuori Regione e agenzie governative. Parola chiave: «Stazione appaltante». Arriverà alla soprintendenza di Pompei il finanziamento di 105 milioni di euro proveniente dall'Europa: l'annuncio di ieri chiarisce molti dei retroscena legati a questa prima trance dei fondi Poin attrattori culturali di un miliardo che l'Unione Europea ha destinato al Mezzogiorno e su cui il governo sta provando a mettere in atto una sua politica, ma lascia aperti molti dubbi sulla situazione del sito archeologico vesuviano in emergenza da anni. La conferma ufficiale del finanziamento è arrivata in una conferenza stampa aperta dal sottosegretario di Stato Gianni Letta, cui hanno partecipato il commissario europeo Johannes Hahn, l'uomo con il libretto degli assegni, assieme ai ministri dei Beni Culturali Giancarlo Galan e degli Affari Regionale Raffaele Fitto, al sottosegretario Riccardo Villari, al presidente della Regione Campania Stefano Caldoro. Dunque, la soprintendenza di Pompei avrà funzione di stazione appaltante dei 105 milioni di euro, vale a dire il controllo effettivo: e questa deve essere stata la condizione posta per concedere i soldi, se lo stesso commissario Hahn ha sentito il dovere di sottolineare che controllerà «personalmente e con molta attenzione il procedere dei lavori». Perché l'Europa ha chiesto serie garanzie e infatti Hahn ha precisato che i soldi potranno essere spesi solo «per indagini conoscitive sullo stato delle 1500 costruzioni di Pompei, i restauri urgenti e progetti più articolati di ricupero, l'accessibilità da parte dei turisti, il monitoraggio e sorveglianza, e infine per il funzionamento e l'efficienza delle Soprintendenze di Napoli e Pompei». I vincoli sono chiari. E si chiarisce anche la posizione di Invitalia: «che avrà - ha spiegato Villari - un ruolo di supporto amministrativo e nello sviluppo dei progetti», dunque alle dipendenze della Soprintendenza, e senza aggravio di spesa come si era temuto, poiché il tutto è già finanziato con 6 milioni di euro dai ministeri degli Affari Regionali (5 mln) e dei Beni Culturali (1 mln). REGIONE TAGLIATA FUORI Tutto bene dunque? Galan e Fitto hanno espresso grande soddisfazione per questo accordo, che segna una svolta nell'impiego dei finanziamenti europei e che avrà ricadute di medio periodo. Non deve sfuggire infatti che i fondi Poin attrattori culturali sarebbero destinati alle Regioni, e nel nostro paese sono spesso non spesi e lasciati decadere. Così il governo che ha più spinto sul federalismo, si è ripreso l'autorità di gestione dei fondi Poin e sull'energia centralizzandoli sul ministero degli Affari Regionali, che per affrontare i severissimi regolamenti europei si affida spesso proprio al supporto di Invitalia. Per gli attrattori culturali è a disposizione un miliardo di euro, Fitto in accordo con Galan piuttosto che proseguire con una politica di piccoli finanziamenti, apre la stagione dei grandi progetti: a fare da battistrada c'è Pompei con i suoi problemi, le sue urgenze, le sue magagne. Ma naturalmente serve il beneplacito della Regione: nel caso della Campania il contentino, secondo la sibillina frase di Caldoro, sarebbe gestire «le opere intorno all'area archeologica» naturalmente da sviluppare non con i fondi Poin, ma grazie al decreto "Salva Pompei" in deroga al piano regolatore. «Come al solito fate le cose all'italiana»: così una giornalista statunitense riprende ministro e sottosegretario quando in pochi minuti dicono che gli archeologi a Pompei sarebbero 10, anzi no 7, oppure 6, forse 1 solo. Galan comunque insiste che l'assunzione dei venti archeologi promessi ci sarà, mentre Villari afferma che un piano di irregimentazione delle acque a Pompei non c'è mai stato - il primo risale al 1600 ed è ancora visibile grazie a un canale, ma molti ne sono seguiti - e alla fine spara che a Pompei in cassa ci sarebbero 40 milioni di euro. «È vero - ci spiega la soprintendente pompeiana Teresa Cinquantaquattro - tuttavia sono tutti già spesi o impegnati. La disponibilità reale purtroppo è zero, dopo che oltre 4 milioni di euro ci sono stati tolti per ripianare i debiti di altre soprintendenze. Altrimenti perché chiederemmo fondi europei per mettere in pratica i progetti sviluppati con il segretariato generale e approvati dal Consiglio superiore del Ministero?».