In queste giornate di lutto e di malinconia che hanno trasformato le feste di Natale in occasioni di riflessione sulle fragili sorti dell'uomo qualche buona notizia, sotto forma di resurrezione, si è pur manifestata. Un'occasione felice è stata, alla fine dell'anno scorso, la presentazione (con l'annuncio di una mostra), a Trieste, dopo i restauri, delle opere provenienti da chiese e musei di Pirano e Capodistria che l'ipocrisia diplomatica aveva tenute nascoste per più di sessant' anni nei depositi di Palazzo Venezia. Salvate dai rischi della guerra nel 1940, tavole, tele e sculture rimasero, per forza d'inerzia, sepolte, onde evitare fastidiose rivendicazioni che avrebbero messo in discussione il buon diritto dell'Italia a registrarle nel proprio patrimonio culturale. In effetti la contraddizione c'era, e c'è: le opere sono italiane per tradizione culturale, e sono state italiane finché italiana era l'Istria. Soltanto sul piano del diritto internazionale si può dirimere la questione se esse debbano essere restituite alle sedi di origine, che nel frattempo hanno cambiato nazionalità. Ma il primato della conoscenza, la curiosità e il potere di cui ero dotato, all'epoca, come sottosegretario, mi mettevano nella condizione ideale per dare una soluzione all'ardua questione, rìesumando quei reperti agli inizi del 2002 e ordinando, per intanto, che fossero restaurati ed esposti. Insomma, restituiti al pubblico godimento, in una sede italiana, ai confini con l'Istria, nella città di Trieste. Le complesse vicende che riguardano le esistènze e le proprietà dei profughi istriani spiegano l'indisponibilità a risolvere sul piano di una intesa o di uno scambio amichevole la vicenda della collocazione delle opere nelle sedi originali che, allo stato, però, mi appare un falso problema. Ci saranno i tempi, si troveranno i modi per affrontare la questione, che è peraltro aperta, senza soluzioni prossime, anche per quella parte del patrimonio ecclesiastico che dalle chiese di ogni parte d'Italia è migrato in musei di pertinenza territoriale, quando non di carattere nazionale, come Brera, gli Uffizi o Capodimonte. Intanto, se non più nelle sedi originali, dipinti, sculture e oggetti d'arte si possono utilmente vedere nei musei, idealmente ricollocandoli nei luoghi di provenienza. Ma nulla è peggio che non conoscere e non vedere. Così un solo obiettivo ispirò la mia azione di governo: fai riemergere dal buio e dalla notte, dall'ignoranza e dall'oblio, le opere di Paolo Veneziano, come il Polittico di Pirano, oggi, restaurato, splendente di colori, di Vittore Carpaccio, di Benedetto Carpaccio, di Matteo Ponzone, di Giovanni Battista Piazzetta, di Giuseppe Angeli, di Giambattista Tiepolo, spariti, dissolti, dimenticati, prigionieri oltre ogni umano limite. Riflettevo che, a distanza di tanto tempo, non vi è forse più nessun vivente consapevole che le abbia viste dal vivo. Così, oggi, esse possono dirsi rinate. Una sintesi della storia dell'arte veneziana, per episodi fondamentali, fra qualche mese sarà visibile in Palazzo Revoltella a Trieste. E i primi a doverne essere felici, e senza gridare ora per rivederle a casa, sono gli sloveni sensibili che possono compiacersi di vederle vive. Ciò che è accaduto, con questa resurrezione, può paragonarsi al Giudizio di Salomone, dove la madre che veramente ama preferisce che il figlio stia con la falsa madre piuttosto che accettare di dividerne le spoglie. La festa di questi ritrovamenti e dì questi restauri è una festa di tutti.
A Trieste l'arte ha sconfitto la burocrazia
Il testo descrive la presentazione di opere d'arte provenienti da chiese e musei di Pirano e Capodistria in un museo di Trieste. Le opere erano state nascoste per più di sessant'anni a causa della guerra e dell'ipocrisia diplomatica. Il testo racconta come il sottosegretario, che era anche un appassionato di arte, abbia lavorato per restituire le opere al pubblico godimento. La presentazione delle opere è stata un evento importante per la comunità slovena, che può finalmente vedere le opere d'arte che erano state nascoste per così tanto tempo. Il testo conclude che la festa di questi ritrovamenti è una festa di tutti.
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