LA LETTERA. Ieri nuovi smottamenti di alcune mura "moderne". Ma il principale sito archeologico italiano rischia di essere travolto dalla superficialità della politica e dall'indifferenza di troppi. E' passato un anno dal crollo della Schola Armaturarum che tanto scalpore destò sia in Italia che all'estero. Allora sull'onda dell'emozione del momento e in risposta agli appelli venuti da più parte, dal Presidente della Repubblica, all'opinione pubblica, ai media internazionali, furono immediatamente promessi grandi investimenti, assunzioni, fu annunciata l'istituzione di una salvifica supercommissione di esperti, imminenti provvidenziali interventi. Molte promesse, pochi fatti. Ora, a distanza di un anno, le prime piogge autunnali dissolvono le vane promesse di questo Governo e portano nuovi guai a chi si trova ancora una volta a dover gestire una delle mille annunciate emergenze di questo Paese. Ad un anno di distanza, abbiamo un nuovo ministro per i Beni e le Attività Culturali, un nuovo sottosegretario, un nuovo Soprintendente di Pompei e, ovviamente, nuovi crolli, che mettono a nudo l'inconsistenza, l'inefficienza e la pericolosità della politica degli annunci e dell'intervento di emergenza che ha caratterizzato l'azione governativa degli ultimi due anni. Mentre sulla prestigiosa ma altrettanto scomoda poltrona della Soprintendenza di Pompei si assisteva ad un balletto di nomine come Soprintendente ad interim, mentre si rinviavano assunzioni e stanziamenti di fondi, mentre si attendevano presunti salvifici interventi privati, mentre si discuteva della ricetta magica per salvare il sito archeologico più straordinario del mondo, di concreto non si faceva nulla per una seria messa in sicurezza del sito. A Pompei continua soprattutto a mancare la manutenzione ordinaria, unica possibile cura per salvare un sito. Ad aprire questa nuova stagione dei crolli è stato il crollo di una muratura a ridosso di Porta di Nola, una delle antiche porte della città. Sono ora seguiti altri due crolli, sulla via dei Sepolcri nei pressi di Porta Ercolano. Né i primi né, purtroppo gli ultimi dei piccoli o grandi quotidiani crolli che, anche lontano dall'attenzione dei media, i custodi del sito al termine delle loro perlustrazioni continuano ad annotare quotidianamente sul registro delle segnalazioni tenuto nella Soprintendenza di Pompei. Crolli che non sono imputabili alla pioggia, che assesta ai muri e ai dipinti solo l'ultimo colpo decisivo, ma all'assenza di manutenzione del sito, a causa della quale le murature di Pompei sono ormai completamente invase dalla vegetazione infestante. Le piante in primavera crescono indisturbate sui muri, durante l'estate si seccano e in autunno con le prime piogge l'acqua comincia a infiltrarsi nello spazio vuoto che hanno lasciato, provocando prima infiltrazioni e poi crolli. Tutto ciò avviene in un sito archeologico che ha circa 2 milioni e mezzo di visitatori e incassa circa 25 milioni di euro ogni anno. Facile figurarsi cosa accada in molti altri siti archeologici italiani, condannati a sgretolarsi in un assordante silenzio, lontano dall'attenzione dei media. E ciò vale ugualmente per i musei, gli archivi, le biblioteche, insomma per la straordinaria memoria storica del nostro Paese, fatta di murature millenarie, di opere d'arte, di manoscritti, di preziosi documenti d'archivio, su cui si fonda la nostra stessa identità di Popolo e di Nazione. Incapacità o dolo? È questo l'interrogativo che viene di porci davanti alla gestione del patrimonio culturale dimostrata da questo Governo, a tanta palese assenza di una visione a medio e lungo termine, davanti all'incapacità di vedere e pensare oltre gli opportunismi dell'assegnazione dell'appalto alla lobbie di turno, oltre le esigenze mediatiche del taglio del nastro, oltre un marketing degno più di una vendita televisiva che della Nazione che ha insegnato l'archeologia e il restauro al resto mondo. Come non interrogarsi sul futuro di Pompei se mentre si assiste ai crolli, si attende l'esito di un bando con cui la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei affiderà ad un unico gestore o una cordata privata tutti i cosiddetti "servizi aggiuntivi" presso gli scavi di Pompei: marketing, accoglienza, informazione, orientamento, biglietteria, controllo accessi, guardaroba, prenotazione, prevendita, audioguide, whisper, didattica per le scuole, gestione sito internet e visite guidate. Come non mettere in relazione il voluto fallimento del sistema pubblico di tutela con questa privatizzazione di fatto, con la quale allo Stato resterà tutt'al più una sorta di "nuda proprietà" del sito? Paradossalmente in un momento in cui da ogni parte politica si invocano le liberalizzazioni come via per uscire dalla crisi economica, questo di Pompei è un provvedimento profondamente illiberale: travalicando le sue stesse competenze e funzioni la Soprintendenza affida in esclusiva una serie di servizi ad un unico monopolista privato, che potrà così approfittare della sua posizione dominante di gestore unico per schiacciare la libera concorrenza tra le imprese nel settore dei servizi turistici e per sostituire dei liberi professionisti con personale precario e malpagato. I muri di Pompei che si sgretolano l'uno dopo l'altro, sono lo specchio dell'Italia di oggi, o meglio di una certa parte del nostro Paese: di quella parte che afferma che con la cultura non si mangia, che antepone il proprio profitto privato al bene pubblico, in questo caso alla conservazione di un Patrimonio che appartiene al mondo intero, che svende i gioielli di famiglia agli amici degli amici, che oltraggia la propria identità nazionale. Dov'è la soluzione? Saremo capaci di compiere da soli una svolta radicale o dopo aver subito il "commissariamento" delle nostre finanze, dovremo augurarci un commissariamento anche del nostro patrimonio culturale da parte dei nostri vicini tedeschi e francesi? Presidente dell'Associazione nazionale archeologi