L'idea di Franco Colombo (Confapi): dare in gestione ai privati dipinti e sculture oggi nei depositi La proposta: titoli di Stato con opere d'arte come garanzia Perplessità. La Soprintendenza: «È un rischio: l'arte deve continuare a rimanere un bene pubblico» MILANO Il nome c'è già: Art bond. Si tratterebbe di titoli di Stato che l'Italia potrebbe emettere dando in garanzia i suoi veri pozzi di petrolio, i beni culturali. «Intendiamoci, però: non parliamo del Colosseo o di Pompei ma di tutte le opere d'arte che oggi si trovano nelle cantine dei musei o comunque non sono visibili al pubblico». Franco Colombo, numero due di Confapi Lombardia (l'associazione delle piccole e medie imprese) è preoccupato come moltissimi suoi colleghi che non ci saranno soldi per lo sviluppo e che l'Italia dovrà procedere a pesanti tagli di bilancio. E allora si è fatto promotore di una proposta che è già stata illustrata a interlocutori istituzionali: «L'ho spiegata al presidente della commissione bilancio di Montecitorio Giancarlo Giorgetti anche se mi rendo conto che non potrà essere applicata su due piedi...». Gli art bond, secondo il vicepresidente di Confapi si baserebbero su un meccanismo del tutto simile a quello dei Btp. «Non si tratta di vendere pezzi del nostro patrimonio, come rischia di dover fare la Grecia dice Colombo ma semplicemente di usare i nostri tesori come garanzia: lo Stato tira fuori dai depositi le opere d'arte e le concede a investitori privati in cambio di denaro. I privati avranno l'opportunità di allestire mostre, far pagare il biglietto, far fruttare insomma dei beni pubblici e lo stato incasserà soldi freschi». Gli art bond, proprio perché garantiti da beni culturali, potrebbero strappare un rating migliore degli altri titoli di Stato e si rivolgerebbero a investitori istituzionali: banche, fondi di investimento in grado di assicurare anche il restauro dei pezzi dimenticati oltre che di allestire eventi legati all'arte. «Questo anche per non frammentare eccessivamente le concessioni e per evitare dispersioni» precisa Colombo. Domanda delle cento pistole: ma si può fare? Le prime reazioni dal mondo dei beni culturali non sono incoraggianti. «Secondo me non è opportuno» replica Sandrina Bandera, soprintendente ai beni storici e artistici di Milano e di buona parte della Lombardia. L'esperta conferma da un lato che quanto è oggi visibile rappresenta solo una parte del tesoro artistico italiano («A Brera, ad esempio, la proporzione è "fifty-fifty": per ogni quadro esposto nelle gallerie ce n'è uno nei depositi») ma dall'altro esclude che questo patrimonio sia abbandonato a se stesso («I nostri depositi sono ambienti climatizzati e le tele vengono controllate tutte una volta la settimana»). Ma la proposta che arriva da Colombo non la convince: «Mi sembra un modo di mercantizzare l'arte, che invece deve continuare a rimanere bene pubblico. Mi domando chi si preoccuperebbe della conservazione delle opere una volta che queste venissero date a dei privati. Non esisterebbe più controllo e per il vantaggio di un singolo rischieremmo di compromettere ciò che appartiene a tutti gli italiani, anche a quelli che verranno». La Soprintendente Bandera indica invece una strada alternativa: «Se i privati vogliono intervenire, si dia l'opportunità di detrarre dalle tasse i finanziamenti per i restauri. Nei Paesi stranieri questa è già la regola».