Cara Europa, ho letto la vostra lettera di sabato con la quale informate, fra altre cose attinenti al rapporto giovani-cultura-lavoro-governo, la relazione scritta da Andrea Carandini per il Consiglio superiore dei beni culturali: un altro grido d'allarme sullo stato del nostro patrimonio culturale, deplorevole come lo stato dei giovani nello studio e nel lavoro; e insieme un altro appello ai giovani a "salvare la cultura", che il potere politico non salva. L'appello si fonda sul dogma laico, da me condiviso, che "oggi solo la conoscenza genera sviluppo"; e sul programma di trasformare le città in laboratori creativi, come nel Rinascimento. Nulla di questa cultura, e intanto è di sabato il nuovo crollo di Pompei, dopo quello della Casa dei gladiatori al quale non fu posto rimedio. Ora, col governo sbeffeggiato in Europa e col debito pubblico che ci strozza, voglio vedere se nel decreto sviluppo il governo proporrà anche iniziative per la cultura, per la quale abbiamo forse i giovani preparati, ma non i mezzi. Alberto De Rosa Caro De Rosa, lei si riferisce all'ntroduzione della relazione che il professor Andrea Carandini, l'archeologo che ha scoperto fra l'altro le mura settentrionali del Palatino, ha indirizzato al Consiglio superiore dei beni culturali, per denunciare le condizioni del ministero e della politica culturale. Pensi che, mentre a Pompei continuano i crolli, a Roma da quasi 200 giorni il Teatro Valle è occupato da giovani e adulti a cui Brunetta riserverebbe i suoi sberleffi. Andrea Carandini era presidente del Consiglio superiore dei beni culturali, ma si dimise nello scorso marzo per protesta contro la non-politica dei ministri: prima Bondi, oggi Galan. «Prenderò le mosse scrive Carandini (lo leggiamo nel Corriere della Sera) non dallo stato del ministero ma dal problema di una classe dirigente inconsapevole del tempo in cui viviamo, quello post-industriale, perché immersa ancora nel passato e (...) resiste alla nuova industrializzazione. Il problema può essere risolto solo da una élite più giovane, in sintonia coi tempi». Tempi nei quali anche «la cultura è diventata bene comune» (come scrive Ugo Mattei nel suo saggio Beni comuni, edito da Laterza). Tempi nei quali, scrive Carandini, il fare s'intreccia al sapere e al comunicare. Così la qualità torna ad essere valore generale e perfino carta vincente nel mercato globale e sull'invasione "cinese": più moda che abbigliamento, più design che arredo, più gastronomia che cibo, più stile di vita che merci predefinite, più spirito che brama di potere. Questa è la realtà post-industriale a cui l'Italia dovrebbe essere preparata. Lo è? Al convegno dei giovani industriali a Capri, di cui scriviamo in altro articolo, s'è parlato anche di lauree e lavoro, per un verso, per l'altro di spreco dei giovani talenti. Vincono sul mercato i laureati in scienze tecniche (medici, statistici, matematici, fisici, ingegneri, informatici), ma ci sarebbero prospettive anche per i laureati in materie umanistiche, come sociologia, comunicazione, scienze politiche... La scarsa attenzione dei governi per la politica della cultura porta a squilibri e deviazioni del mercato. Ma la deviazione più grave è la minore capacità italiana di produrre laureati i genere, e la perdurante insufficienza dei laureati richiesti dalle esigenze aziendali. Restano nel parcheggio del non studio milioni di giovani e di donne. Non riusciamo neanche ad attrarre molti talenti dall'estero, visto che nella classifica veniamo dopo la Grecia. Rilanciare la politica di sviluppo significa anche questo: assorbire al lavoro tutti i giovani che ne hanno titolo, consentire nuove famiglie, stimolare un nuovo baby-boom. Ciò avrebbe da subito effetti sulla crescita del Pil (Luca Paolazzi) senza dover attendere che i nuovi nati arrivino in età di lavoro. Ma il lavoro, ripeto, deve essere quello che Carandini chiama il «laboratorio creativo» della città del Rinascimento: un lavoro di alta qualificazione dall'artigianato alla scienza, dalla ricerca alla valorizzazione dei beni culturali. Il governo non è riuscito ad avere in proposito un'idea, per anni, ora dovrebbe fare entro domani il "decreto sviluppo" e portarlo a Bruxelles: dove sono pronti altri schiaffi dopo quelli di sabato. A Berlusconi che fa il miracolo dell'ultim'ora non crediamo. Ma aspettiamo domani per giudicare. Federico Orlando