Ecco i motivi del sequestro della cava, il giudice: irregolarità fin dall'inizio dell'iter LIVORNO. Un sequestro guardando al futuro. Appare questo il senso dell'ordinanza al termine della quale il giudice ordina di apporre i sigilli alla discarica del Limoncino. Spiega nel dispositivo: «In occasione della messa a regime deve ritenersi probabile l'eventualità di esplosioni pericolose» all'interno del sito, con l'ulteriore «compromissione dell'assestto geologico e ambientale» della zona. A questa conclusione il gip Beatrice Dani ci arriva al termine delle 31 pagine che compongono l'ordinanza nella quale viene ripercorsa la storia dell'ex cava di Monte La Poggia. Dall'acquisizione del gruppo Bellabarba, fino alla richiesta di sequestro del pubblico ministero Filippo Maffeo che dal 2010, dopo gli esposti dei cittadini e l'informativa della Provincia in Procura, indaga sulle presunte irregolarità che hanno portato all'iscrizione nel registro degli indagati di cinque persone tra imprenditori, dipendenti pubblici e liberi professionisti per i reati di abuso d'ufficio, abuso edilizio e falso. Quattro i punti su cui si fonda la decisione del giudice: i ritardi nella pubblicazione del progetto, il tipo di rifiuti che sarebbero stati stoccati nella cava e la mancanza di strumenti a garanzia dei pericoli, la tipologia e la natura della zona, ad alto rischio sismico e sotto vincolo paesaggistico e infine quella parentela sospetta tra Andrea Rafanelli, responsabile dell'ufficio bonifiche della Provincia e lo zio Antonio, direttore dei lavori del sito. Tutto - sostiene il gip - «in palese violazione della normativa procedimentale e di quella che regolamenta la collocazione delle discariche, interdicendole dai siti che presentano problematiche di stabilità e di equilibrio idrogeologico, con verosimile e concreto danno per molti (la collettività e l'ambiente) ma l'ingente profitto per pochi». Giallo pubblicazione. Secondo la ricostruzione del giudice, le irregolarità che riguardano la discarica del Limoncino sarebbero iniziate fin dall'inizio dell'iter con l'intenzione di agevolare «l'interesse privato». La Bellabarba C srl, infatti, richiede la Valutazione di impatto ambientale alla Provincia il 21 maggio 2008. E pubblica l'avviso sui quotidiani solo il 2 luglio, a distanza di oltre 40 giorni dal deposito della domanda, quando invece la legge prevede un limite di dieci. La riunione per la presentazione pubblica dell'opera è stata poi fissata cinque giorni dopo l'avviso, tanto che l'incontro andò (quasi) deserto. Ed è proprio la mancanza del dibattito pubblico che viene critacata negli esposti. «Sebbene non costituisca un obbligo di legge - scrive il giudice - la consapevole scelta dell'amministrazione provinciale è stata quella di non indire alcuna inchiesta pubblica, limitandosi a dire che non erano pervenute osservazioni senza neppure attendere i pareri delle amministrazioni interessate». Tipo di rifiuti. Leggendo quello che scrivono i consuleti del pubblico ministero, nel progetto definitivo, all'interno dell'ex cava è consentito lo smaltimento di rifiuti inerti senza componente organica putrescibile, ma è permesso il conferimento di rifiuti a basso contenuto organico. Si tratterebbe per lo più di rifiuti da cassonetto come foglie secche e parte di terre. Rifiuti, in ogni caso, che producono gas. Elemento - secondo il giudice - che metterebbe a repentaglio la sicurezza del sito. Anche perché non è previsto, «un impianto di captazione del biogas» che possa eliminare i rischi. È da qui che nasce il pericolo - si legge nel dispositivo - di «esplosioni e conseguenze dannose (anche gravi) dirette, ma soprattutto un rischio per la stabilità del versante. Così come dovrebbe essere ricomposto secondo il progetto di rinaturalizzazione». Rischio idrogeolico. Il sito del Limoncino è - secondo la Regione - un'area di classe 4 di pericolosità geomorfologica, dunque «a rischio sismico e sottoposta a vincolo idrogeologico». Indicazioni sufficienti - prosegue il giudice- a meno di un provvedimento motivato dalla Regione, da escludere l'ex cava di Monte La Poggia dalla possibilità di ospitare una qualunque discarica. Questo limite durante l'approvazione del progetto sarebbe stato dribblato attraverso una valutazione del direttore dei lavori, l'ingegner Rafanelli che nello studio di impatto ambientale scrive che «rispetto al 1996 la pericolosità si è molto ridotta». E questo basta. Nonostante le allarmanti segnalazioni da parte di Arpat e Forestale sullo stato degradato della collina. Parenti Rafanelli. L'ultimo punto riguarda la parentela tra il responsabile del procedimento e il direttore dei lavori. Il geologo Andrea Rafanelli, 37 anni, - secondo il giudice - non avrebbe dovuto e potuto fare parte della struttura operativa della Provincia che si è occupata delle procedure per l'approvazione della discarica del Limoncino. Colpa di una parentela di cui tutti «in Provincia e Comune erano a conoscenza». Suo zio Antonio Rafanelli è stato nominato dalla società Bellabarba direttore dei lavori. «È vero - conclude il giudice - che Andrea Rafanelli indicava precise osservazioni e suggeriva prescrizioni, ma il rilievo non elimina l'assoluta incompatibilità».