Uno spirito libero di grande cultura Pacato e riservato, ma schietto e diretto nei suoi giudizi «Romano mi piacerebbe farti una bella intervista. Vorrei sapere anche da te quale sarebbe la città che vorresti, cosa ti va e cosa non ti va di Lucca oggi». La risposta al cronista era stata cortese, ma netta: «Ti ringrazio, ma sono fresco di nomina nel Cda della Fondazione Cassa di Risparmio e alla presidenza della Fondazione Ragghianti. Non mi pare il momento opportuno, sono già sovraesposto. Sai che non amo mettermi in mostra. Oddio, di cose da dire ne avrei: ne riparliamo tra qualche mese, grazie davvero». Nella carrellata di personaggi che fino all'estate sul Tirreno hanno espresso i loro giudizi e le loro proposte per la tutela e il rilancio di Lucca, l'intervista a Romano Silva non c'è. E non ci sarà più. Accanto all'illustre e apprezzato storico dell'arte e musicologo, la città perde anche un'opinione e un suggerimento che certamente 1sarebbero stati schietti, mirati e profondi, come sempre. Silva non era una di quelle persone che sgomitano pur di apparire. Parlava di rado e a ragion veduta e quando lo faceva era per esprimere giudizi netti e precisi, senza alcun retropensiero nè mire politiche. Sempre difficilmente contestabili. Soprattutto se si affrontava il tema della cura e della valorizzazione della città. Attualissimo rimane, ad esempio, un intervento del professore in qualità di componente della desaparecida consulta comunale per l'arredo urbano. Insieme agli altri membri dell'organo, già il 16 maggio del 2008 aveva lanciato l'allarme per lo sgretolamento del sagrato di piazza S. Michele, chiedendo che si ponesse fine ai mercati ambulanti e alle altre manifestazioni che invece hanno continuato fino ad oggi a fare danni ad uno dei monumenti simbolo della città. Persona aperta e libera, uomo di grandissimo spessore culturale e per questo dotato di una ormai rara autonomia di pensiero e di giudizio, per quanto pacato e moderato Silva si era conquistato il pressoché unanime apprezzamento della città. Anche perché, pur apparendo austero e riservato, era in realtà naturalmente portato ai rapporti umani. Solo che voleva scegliersi le persone con cui parlare. Per anni era stato possibile vederlo fare capannello, con amici e anche studenti, in Canto d'Arco all'ora dell'apertivo o dopo cena, quando il clima era più mite. Mi capitava spesso di incontrarlo quando tornavo a casa, dopo aver chiuso la cronaca. E quasi sempre chiacchieravamo per qualche minuto sulle vicende della città. Sapeva tutto, era un attentissimo osservatore anche di fatti di cronaca e politica. Negli anni Settanta-Ottanta lo potevo trovare spesso con due amici che penso fossero i suoi più cari, Umberto Sereni e Marco Pasega. Un trio di rari liberi pensatori, tra i quali Silva era il più moderato, ma non per questo il più blando nei giudizi. A scuola aveva un rapporto speciale con gli studenti, che sapeva incantare con le sue lezioni ottenendone attenzione, riconoscenza, stima e amicizia. Pur essendo autore di pubblicazioni scientifiche prestigiose e apprezzate nel mondo, mai aveva chiesto spazio sulla cronaca per recensioni e presentazioni. Era uno studioso, non un uomo da palcoscenico. Il 10 marzo del 2010 era stato nominato dal sindaco Mauro Favilla alla presidenza dell'Opera delle Mura dopo un lungo periodo di commissariamento. Da lui il sindaco si aspettava il programma per le celebrazioni del cinquecentenario e altre proposte per il recupero e il rilancio del monumento. Ma cone me si era sfogato dopo pochi giorni: «Io sono uno studioso, non ce la faccio a occuparmi di quello che viene a chiedere il permesso per utilizzare il monumento o di altre pratiche del genere. Mi assorbono un sacco di tempo e non fanno per me». Pochi mesi dopo aveva lasciato l'incarico. Di lui la cronaca era tornata però a parlare quasi subito, perché era stato nominato nel consiglio di amministrazione della Fondazione Cassa e, poco dopo, alla presidenza della Fondazione Ragghianti. Più che orgoglioso e appagato, Silva appariva però quasi preoccupato: troppe luci della ribalta su di lui. L'intervista? No, meglio aspettare.