Lintervista «SI è banalizzata quella che voleva essere una riflessione sullo sviluppo lento che caratterizza la Toscana da tempo», rimpiange la presidente di Confindustria toscana, Antonella Mansi. Si è parlato più di cachemire che di sostanza? « Mi sento come Voldemort in Harry Potter» Così cattiva? «Talmente cattiva che non se ne fa neanche il nome». Invece lambientalismo in cachemire lo ha tirato fuori lei. «A proposito del caso Laika che è emblematico. Avevo detto che chissà quante Laika cerano in Toscana. Ora la soluzione del presidente della Regione Rossi che firmerà laccordo per spostare e valorizzare i reperti archeologici che bloccano lo stabilimento tutelando beni culturali e industria diventa un esempio per tutti». Riprendiamo la riflessione che voleva fare. «Ho sempre sostenuto che lo sviluppo lento, ovvero la deindustrializzazione, non portava la Toscana da nessuna parte. La crisi lo ha dimostrato. Non ci sono occupazione né crescita senza la manifattura». Ma lattenzione allambiente, magari in lana ruvida, non è così male. «E un valore ma non necessariamente antagonista dello sviluppo. Il caso Laika rappresentava un assurdo: cerano tutte le carte in regola per rilanciare leconomia di un territorio rispettandolo e non si potevano giocare solo per una discussione virtuale. Esistevano tutte le autorizzazioni attentamente concesse dagli organismi istituzionali competenti, sia a proposito di paesaggio che di reperti. E una questione di diritto, non si cambiano le regole allultimo. Io voglio vivere in uno stato di diritto, compreso il diritto a intraprendere e progettare. Per questo sono grata al presidente Rossi e allassessore Simoncini, per il loro impegno a coniugare le istanze della manifattura e quelle dellambiente e del paesaggio. Quanto allassessore allurbanistica in Regione, Marson, è ovviamente lecito che esprima le proprie posizioni ma non mi risulta che il suo assessorato abbia competenze nella vicenda Laika». I diritti dellambiente? «Ambiente, paesaggio, cultura non sono antagonisti dello sviluppo industriale sviluppo. Anzi. Sono grata allambientalismo maturo che ha obbligato limprenditoria a evolversi, a contemplare sempre e comunque la sostenibilità. Lamore per lambiente, quando non è timore di vedere cambiare un pezzo di paesaggio nel proprio orticello, alza lasta del nostre sfide e dà unoccasione in più a un territorio come il nostro che deve attrarre investimenti, investimenti sostenibili e non costituire solo il sogno delle vacanze». Lei teorizza la conciliazione di sviluppo e ambiente? «E la nostra identità. E tradizione della Toscana coniugare la bellezza e il saper fare. Ce lo riconoscono tutti. Una multinazionale come la Laika non sarebbe stata a aspettare 11 anni per costruire uno stabilimento se avesse trovato altrove le capacità di fare che ha incontrato in Val di Pesa». La Toscana non pecca contro il suo paesaggio? «Si può sempre fare meglio e errori sicuramente ci sono stati. Ma fondamentalmente questa terra ha sempre trovato un equilibrio difficilmente riscontrabile altrove. Noi abbiamo molte potenzialità, dal paesaggio alla bravura del fare. Vanno usate tutte e tutte insieme se vogliamo costruire una Toscana che dia spazio ai giovani di cui tanto si parla senza fare niente». Come si conciliano le cose? «Per esempio con un governo unitario del territorio, e senza tante frammentazioni, che sapesse individuare complessivamente i luoghi da dedicare allindustria e gli altri vocati soprattutto al paesaggio. Per una crescita che sappia conciliare». Crescita, parola usurata. Non si dovrebbe pensare a una crescita diversa? «Appunto. Diversa per la Toscana significa abbandonare lidea dello sviluppo lento e della deindustrializzazione: in nome di uno sviluppo sostenibile e ancorato alla manifattura. Ormai sono daccordo anche le categorie e la Regione. Non facciamo ricatti a nessuno, non calpestiamo tutto il resto nel nome del lavoro, ma bisogna che non succeda neanche il contrario. Ricordandosi che bisogna agire alla svelta. Siamo ormai in emergenza». Come? «Senza perdersi in discussioni irreali. E soprattutto tutti insieme. Ma ognuno nel rispetto del proprio ruolo. Se ognuno facesse il suo mestiere e non quello degli altri sarebbe già una rivoluzione copernicana. Le persone inadeguate al ruolo che ricoprono fanno grandi danni. Esiste una classe dirigente che vuole fare le cose, la Laika lo dimostra. Ci sono istituzioni, Fondazioni che hanno le risorse per incrementare lo sviluppo. Purchè le destinino a progetti strategici e non a pioggia, non siano enti bancomat. Bisogna avere il coraggio di cambiare, non restare ancorati a visioni anti storiche».