Torna a brillare il miraggio del primato culturale della città. Limpareggiabile performance di Kevin Spacey dimostra che è possibile mirare in alto mostrando al mondo, attraverso lo sguardo sorpreso dellinterprete di Riccardo III, il volto attuale della città. Dallaltra parte delloceano giunge eco che Michel Leeden, italianista e studioso di relazioni internazionali, analizza il tema della cultura napoletana paragonando la città a New Orleans, e, esplorando le origini antropologiche del caos fecondo di creatività, ritiene che «Napoli rimarrà un calderone di sorprendenti attività creative, buone e cattive, meravigliose e orribili» (Christian Rocca, "Il Sole 24 ore", 11 ottobre). Ma cè anche chi, come Paolo Sorrentino, guarda ai fatti del giorno e chiede che la politica si riveli allaltezza delle promesse e afferma, su queste pagine, che «il Comune ha la priorità - insieme ai rifiuti - di favorire le condizioni perché la città torni a primeggiare nella cultura». Non solo al cinema e al teatro, ma anche nella letteratura e nelle arti visive, la città accumula eventi che si aggiungono ai convegni, alle conferenze, alle presentazioni di libri più o meno meritevoli di attenzione. Si tratta di un lampeggiare di segnali che non si condensano in unimmagine definita e si avverte limpressione che lelaborazione, finora mancata, di una complessiva strategia di sviluppo urbano rifletta i suoi effetti sulla stessa politica culturale. Il fiorire di tante iniziative nel campo delle arti non riverbera su un disegno ampio e coinvolgente, né risulta rispondere ad adeguati moduli organizzativi. Manca la cabina di regia sintonizzata su ciò che di rilevante si muove a livello nazionale e internazionale, e risultano troppo disperse le pratiche di management culturale, ampiamente affermate nel mondo delle arti e dello spettacolo. Non cè, soprattutto, la percezione del manufatto culturale come evento costruito a più mani e avviato a realizzazione grazie alla filiera delle capacità e competenze che informano la information tecnology. Spettacoli, mostre, eventi legati alla fruizione dei beni culturali non possono rimanere casi isolati, ma devono assurgere alla ribalta dei mezzi di comunicazione, diventando calamita di flussi turistici e dando corpo a una rappresentazione collettiva. Può giovare alla creazione di un "sistema" cultura un clima di aperte e positive comunicazioni con la business community. Una relazione che è rimasta latente nel percorso storico della città e che, oggi, tarda a realizzarsi. In passato la lontananza dal "centro" delle catene editoriali, delle case di produzione cinematografiche e delle grandi reti televisive non ha impedito laffermazione, a livello nazionale, di una generazione di scrittori e di uomini di teatro e di cinema napoletani. Ma questa stagione non ha lasciato traccia nel tessuto delle istituzioni culturali, non si è tradotta in una tradizione adeguata. Oggi, le cose procedono in modo diverso. Pur muovendo da una condizione urbana poco propizia è possibile reinventarsi culturalmente attraverso le tecniche della comunicazione a distanza e risalire alla ribalta del grande scenario della globalizzazione culturale. Servono, però, alcune istruzioni per luso. Non basta la vivacità culturale del genius loci. Il patrimonio di beni culturali e linesauribile serbatoio di energie creative devono aprirsi alle pratiche di una società della conoscenza che, anche a Napoli, comincia a prender forma. È modellata, come ha scritto recentemente Carlo Donolo ("Italia dispersa", Donzelli), da «sistemi formativi, socializzazioni, diffusione delle informazioni rilevanti» e si riconosce «in pratiche sociali diffuse, innervate di saperi tecnici e scientifici nei campi più diversi» e in competenze sociali e culturali, riferibili a beni comuni e progetti collettivi. Lautore vi intravede la trama di una microsocialità frammentata e inibita dal "sistema" mediatico-politico, ma potenzialmente vitale, capace di fungere da anticorpo per frenare il declino politico e culturale del paese. Noi ci accontenteremmo che le esperienze, le forme di organizzazione di questo nuovo mondo venissero prese in considerazione e valorizzate da una politica meno ammaliata dagli effetti speciali e più interessata a mutare limmagine della città culturalmente geniale. Non è più tempo di paradisi abitati da diavoli.