Ecco il piano di Intesa: privati in campo per recuperare risorse e dare nuovo slancio L'Italia, si sa, è il primo giacimento culturale del mondo. Paradossalmente però non esiste un progetto articolato per valorizzarlo. Né un piano, anche minimo, per evitarne il lento e inesorabile declino. Lo sbriciolamento di Pompei o l'abbandono della villa del Gladiatore sono lì a testimoniare l'oblio, la perdita di memoria e di valori inestimabili. In definitiva, della nostra stessa identità nazionale. Un destino che, in assenza di interventi, sembra essere ormai segnato. I numeri parlano chiaro. Le risorse pubbliche destinate al settore, dai beni archeologici ai musei, dal cinema al teatro, sono passate in 10 anni dallo 0,18 allo 0,09 del Pil. Una vera misera. E solo quest'anno, i soldi da spendere saranno 1,4 miliardi contro i 2,1 del 2010. Ad essere inceppato è tutto il meccanismo - spiega uno studio realizzato dall'ufficio studi di Intesa Sanpaolo e dalla Bocconi - perchè oltre ai fondi, in costante contrazione, è il sistema a scricchiolare. Strategie confuse, poche idee, scarso o insufficiente coordinamento. L'unico obiettivo della politica sembra quello di accorpare e ridurre le Sovrintendenze o affidarsi al mecenatismo, al caso. Troppo poco per un Paese che in cima alla classifica mondiale per rilevanza, capillarità e presenza di siti archeologici e beni artistici. Sono insignificanti, vista la non gestione di questa ricchezza, gli incassi derivanti dalla vendita dei biglietti dei nostri musei: appena 106 milioni di euro. Come è paradossale che proprio i primi cinque musei del Paese fatturino tutti insieme solo il 13 di quanto guadagna il Louvre o il 6 del Metropolitan che, detto per inciso, con il merchandising, le vendita di riproduzioni e le attività collaterali, porta a casa ogni anno 50 milioni di dollari, la metà di quanto proviene da tutti, ma proprio tutti, i siti italiani. Da noi la gestione delle vestigia del passato è ferma da decenni. «Non c'è una cultura della cultura - spiega Mario Ciaccia, ad di Biis, il braccio operativo di Intesa Sanpaolo che si occupa di finanziamenti al settore pubblico - manca un disegno complessivo che dovrebbe mettere al centro proprio questo tesoro, generando Pil, posti di lavoro e ricchezza per il Paese». Biblioteche e archivi sono lasciati a se stessi come vaste aree archeologiche che tutto il mondo ci invidia. «Un patrimonio che si sta lentamente dissipando e consumando», aggiunge il banchiere. Eppure in Gran Bretagna e Germania, tanto per fare due esempi, il settore dell'arte, nel suo complesso, dà lavoro ad oltre un milione di addetti, da noi siamo ben sotto le 550 mila unità. Oltre confine basta un rudere, un tratto di strada romana per far accendere i riflettori, coniugando business e storia. Da noi mancano le infrastrutture di base e si preferisce voltare la testa dall'altra parte, non vedere il problema. Serve, a giudizio di Ciaccia, una scossa, un rivoluzione copernicana. Coinvolgendo in primo luogo i privati e creando dei bacini culturali in cui mettere a fattor comune tutti gli elementi, materiali e immateriali, che compongono il puzzle. La proposta è quella di far gestire ai privati i beni culturali, lasciando ovviamente la tutela ed il controllo in capo allo Stato. Come avviene in Francia, Stati Uniti e Gran Bretagna. Nessuna svendita, ma una spinta nuova per dare una offerta complessiva ed integrata ad un pubblico ampio. «Società miste pubbliche-private - spiega Ciaccia - garantirebbero risorse, sfruttando al meglio il merchandaising, reinvestendo fondi nel restauro e nella valorizzazione dei siti, sviluppando iniziative a 360 gradi». Dai calcoli della banca il fatturato a regime potrebbe toccare i 3 miliardi annui. Solo Roma ha una potenzialità inespressa di 400 milioni, sempre all'anno così come l'area campana. Cifre oggi nemmeno immaginabili. Intesa stima che tutta la filiera produttiva, dall'artigianato al turismo alla ricerca, ne trarrebbe grande giovamento. Se è vero che un euro investito in cultura ne produce ben 4. Un grande volano ma non solo. Dietro alla riscoperta, alla rivalorizzazione, non c'è solo un dato economico. C'è soprattutto la difesa delle radici, del dna di un Paese che rischia di svegliarsi un giorno senza più un passato e nemmeno un futuro.
Cinema, arte, musei e siti archeologici specchio del Paese da valorizzare
Un articolo di giornale discute il piano di Intesa Sanpaolo per valorizzare il patrimonio culturale italiano. Secondo il piano, i privati dovrebbero essere coinvolti nella gestione dei beni culturali, lasciando allo Stato la tutela e il controllo. La banca stima che questo potrebbe generare un fatturato annuo di 3 miliardi. Il settore dell'arte e della cultura italiana è in crisi, con risorse pubbliche in costante contrazione e poche idee strategiche. I numeri parlano chiaro: le risorse destinate al settore sono passate da 0,18% del Pil nel 2010 a 0,09% nel 2020. Solo 106 milioni di euro vengono guadagnati ogni anno dalle vendite dei biglietti dei musei.
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