L'a.d di Banca Infrastrutture (Biis) chiede al governo misure di rilancio e la nuova legge Il decreto Sviluppo deve contenere risorse per rilanciare le infrastrutture, ma c'è il timore che non ce ne saranno o saranno troppo poche. Lo ha affermato l'a.d. di Biis (gruppo Intesa Sanpaolo), Mario Ciaccia, secondo cui per le infrastrutture è necessario «un piano con delle priorità, mettendo poi le risorse sul piatto. La mia paura è che non ci siano o siano troppo poche». «Non prendiamoci in giro, ha detto il numero uno della Banca infrastrutture innovazione e sviluppo, «le infrastrutture non si possono fare tutte a costo zero. Ci sono alcune infrastrutture calde che possono ripagarsi da sole», ma per le altre è difficile se non impossibile (come i viadotti e le opere di collegamento)». «Nel decreto», ha aggiunto Ciaccia, «andrebbero introdotti snellimenti procedimentali, che sono a costo zero. E servono certezze sulle cose da fare, con chiarezza sulle risorse da parte pubblica e privata, un quadro chiaro di priorità, una rivitalizzazione della legge Obiettivo». In questa situazione, Ciaccia, ieri a Roma, alla vigilia del consueto convegno di Bus sulle infrastrutture dove si parlerà di beni culturali, ha proposto di «esternalizzare le attività riguardanti i beni culturali concedendo la gestione ai privati e lasciando la tutela allo stato. Conciliare, quindi, il carattere pubblico del servizio con la gestione privata» per far diventare i beni culturali un importante volano per la crescita economica. Una terapia d'urto, la gestione ai privati, che non è però una privatizzazione, secondo Ciaccia. «Il patrimonio costituito dai beni viene affidato alla supervisione di una società pubblica, costituita dallo stato e dall'ente territoriale interessato, che, assumendo il ruolo di concedente, affida la gestione ad una società privata con titolo di concessionaria. Le concessioni, ha proseguito Ciaccia, «avrebbero durata ventennale». «Non si tratta di una privatizzazione dei beni culturali; attualmente le concessioni riguardano singoli servizi, quali la caffetteria o il merchandising, piuttosto che una gestione integrata. Chiare ripartizioni dei ruoli del pubblico e del privato possono creare le condizioni per nuovi investimenti. In un orizzonte temporale di cinque anni il fatturato arriverebbe, a regime, a 3 miliardi di euro e potrebbe consentire di pagare canoni annui di mezzo miliardo l'anno che permetterebbero di finanziare la tutela, la conservazione e la ristrutturazione dei beni. Non possiamo piangere sui beni culturali solamente quando crolla il muro della Domus dei Gladiatori di Pompei», ha concluso l'a.d. di Buis, «bisogna metterci risorse». Una scelta che valorizzerebbe il patrimonio artistico, architettonico e archeologico, il cui fabbisogno finanziario, pari a circa nove miliardi l'anno, ed è stato coperto nel 2009 per l'80 da finanziamenti pubblici (statali e locali), per una quota poco inferiore al 10 dai mecenati (fondazioni bancarie e imprese private), e per poco più del 10 dal ricavato di biglietti, merchandising e altri servizi in vendita. Le fonti di finanziamento interne del polo artistico italiano (bookshop, ristorazione, guide audio ecc.) si rivelano essere ancora poco sviluppate. I primi cinque musei italiani «realizzano soltanto il 13 del fatturato del Louvre e il 6 di quello del Metropolitan di New York», secondo la ricerca dell'ufficio studi di Intesa SanPaolo con il centro Ask della Bocconi che verrà presentata al convegno di oggi, a Roma. Il dicastero guidato da Giancarlo Galan gioca il ruolo più rilevante nelle uscite, con 1,7 miliardi di competenza nel 2009, ma altri ministeri e palazzo Chigi accolgono centri di spesa più o meno legati a questo versante; le amministrazioni comunali nel 2009 hanno erogato 2,4 miliardi, pari a poco più del 3 delle loro spese totali.