Succede a San Casciano Val di Pesa, in provincia di Firenze. Nel costruire il nuovo capannone di una fabbrica di camper, sono stati trovati i resti di una casa etrusca e di una romana. Soprintendenza e Comune sono d'accordo per smontarli e rimontarli in un apposito "parco archeologico". Ma la polemica adesso infuria La fabbrica o la casa etrusca? A San Casciano Val di Pesa, provincia di Firenze, la soluzione sembra trovata: la casa etrusca la smontiamo pezzo per pezzo e pezzo per pezzo la ricostruiamo su una collinetta artificiale che ospiterà anche i ruderi di una casa romana. L'importante è che non si intralci il capannone industriale - 326mila metri cubi, 300 metri di lunghezza per 100 - durante la costruzione del quale sono stati rinvenuti i reperti sia della casa etrusca che di quella romana. Erano tutti d'accordo: la Laika, proprietaria del terreno e del futuro capannone, un'azienda che fabbrica camper, di proprietà della tedesca Hymer; il Comune, con una giunta a guida Pd; la Soprintendenza archeologica e il Comitato di settore del ministero per i Beni culturali. Sembrava fatta. Il progetto risale al giugno del 2010, le autorizzazioni procedono spedite, nessuno in paese ne sa nulla. Improvvisamente, sul finir dell'estate 2011, la notizia buca il velo di riservatezza e scoppia il finimondo. Intervengono le associazioni di tutela (Italia Nostra, Legambiente, Wwf), la Rete dei comitati toscani presieduta da Alberto Asor Rosa, ne scrive Salvatore Settis: quei muri hanno senso solo nel loro contesto, spostarli è un falso, un'operazione culturalmente inattendibile, un'archeopatacca. E così il cantiere è fermo, chiuso da un recinto. La vicenda vede schierati su fronti opposti parti della sinistra, anche di quella più radicale. Rifondazione comunista e una lista civica a favore di una soluzione che contempli tutela archeologica, valorizzazione del territorio e difesa dell'occupazione; Pd, Cgil e Fiom furenti contro gli ambientalisti che per difendere i reperti metterebbero a rischio 240 posti di lavoro (tanti sono i dipendenti della Laika, attualmente impiegati nei vecchi stabilimenti). Uno scontro ruvido che ha raggiunto il culmine durante il consiglio comunale che qualche sera fa doveva discutere un ordine del giorno presentato da Lucia Carlesi (eletta nella lista Laboratorio per un'altra San Casciano, alleata di Rifondazione). Assistono alla riunione un centinaio di operai. Contestazioni, urla, parole grosse. "Da anni sosteniamo che localizzare lo stabilimento della Laika in un'area agricola, di grande pregio paesaggistico e archeologico, era uno sbaglio", spiega Lucia Carlesi. "E ora i ritrovamenti lo dimostrano. Tutti sanno che questa è zona archeologica. Non si potevano fare sondaggi preventivi? Non c'erano altre aree? Questa è un'operazione di rendita immobiliare che niente ha a che fare con gli interessi dei lavoratori e della collettività". Replica dalle pagine fiorentine di Repubblica Alessio Gramolati, segretario della Cgil Toscana: "Non abbiamo nulla contro gli etruschi o contro l'ambientalismo. Siamo convinti che la sostenibilità è la frontiera obbligata dello sviluppo. Ma non un alibi per fermarlo. Perciò non ci convincono coloro che vedono la Toscana unicamente come terra del buon ritiro e non regione dove investire". Se in dieci anni non si è riusciti a costruire il capannone non è colpa degli ambientalisti, insiste Claudio Greppi, geografo dell'Università di Siena e esponente della Rete. "Abbiamo sempre detto che questa era una soluzione poco praticabile. L'acquisto dell'area è del 2001, ma solo nel 2006 viene adottata la variante che trasforma in industriale un terreno che era agricolo". E poi, si domandano gli ambientalisti, perché il nuovo stabilimento è così grande, ben più grande dei capannoni dove attualmente si lavora? Sono stati presentati esposti e ricorsi, sempre respinti dai giudici. Fra gli avversari della localizzazione anche Anna Marson, docente di urbanistica e ora assessore regionale. Favorevoli e contrari si fronteggiano da anni. Ma nel corso del 2010 spuntano i reperti. Sono resti di due case. Una, quella tardo etrusca (III secolo a.C.) è a un'estremità del perimetro del capannone, l'altra, quella di epoca romano-ellenistica, al capo opposto. Sono ambienti di diversa ampiezza. Ma di essi si sa poco o niente. Ancora non c'è una relazione definitiva della Soprintendenza che chiarisca quale sia il valore dei ritrovamenti. Subito dopo la scoperta, però, la Laika e il Comune si accordano per smontare i muri e ricollocarli sulla collinetta artificiale. A novembre del 2010 vengono informati la Direzione regionale dei Beni culturali e il Ministero. E dopo qualche mese, a gennaio 2011, arrivano le autorizzazioni. La soprintendente archeologica, Maria Rosaria Barbera, non ha ancora visto i reperti. Dirige la sede fiorentina da gennaio. "I ritrovamenti non hanno grandissimo valore", assicura Barbera. "Lo smontaggio e il rimontaggio sono le uniche soluzioni possibili, vagliate e approvate da tutti gli organi tecnici", aggiunge la soprintendente ricordando che nel Comitato di settore del ministero siedono archeologi di esperienza come Giuseppe Sassatelli e Mario Torelli. Ma non era possibile lasciare lì i reperti e chiedere una leggera modifica al progetto? In fondo si trattava di arretrare di pochi metri, il capannone di metri ne conta 300... "Se avessimo deciso altrimenti lo scavo non sarebbe potuto andare avanti. E poi smontare e rimontare consente anche una migliore conoscenza delle strutture murarie". Chi paga per queste operazioni? "La Soprintendenza no di sicuro". Stando agli accordi, la Laika paga lo smontaggio, la sistemazione e la valorizzazione spettano al Comune. Si parla anche della Regione, ma la giunta non si è ancora pronunciata. Il tema dei costi, insieme a quello della credibilità culturale dell'operazione, è fra i più dubbi, secondo Giuliano Volpe, archeologo di fama e rettore dell'Università di Foggia: "Smontare e rimontare è una procedura complessa e costosa, che l'archeologia conosce bene. È riservata a scoperte eccezionali oppure a mosaici o parti di pavimentazione. Meno alle murature. Nel 1998 abbiamo staccato i mosaici della chiesa paleocristiana di San Giusto, vicino a Lucera, che ancora sono in attesa di collocazione. Ma l'operazione è stata giustificata dalla costruzione di una diga. Non per far posto a uno stabilimento". Inoltre, se si tratta effettivamente di piccoli muri di scarso valore, perché, aggiunge Volpe, "spendere tanti soldi per un finto parco archeologico che tratta i reperti come componente d'arredo"? Si abbia il coraggio di portare la decisione alle estreme conseguenze: "Si documenti e si pubblichi l'intero contesto archeologico, e lo si sacrifichi autorizzando la costruzione del capannone al di sopra dei resti".
la Repubblica
17 Ottobre 2011
I posti di lavoro o l'archeologia? Scontro nel cuore della Toscana
FR
Francesco Erbani
la Repubblica
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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