FERRARA Viveva tra i fasti della Roma settecentesca, innamorata del passato classico e tutta tesa alla riscoperta dell'antico. Non sono stati accertati legami diretti né sono siati rinvenuti carteggi con Johann Joaquim Winckelmann, il fondatore dell'archeologia scientifica, ma il suo ritratto in porpora cardinalizia fu commissionalo ad Anton Von Maron, autore anche di un quadro che effigia lo storico dell"arte tedesco, animatore in quegli anni della vita culturale capitolina. E di quell'ambiente colto e raffinato Giovanni Maria Riminaldi è protagonista a pieno titolo. Nato a Ferrara nel 1718, nel 1746 è già prelato domestico alla corte pontificia arrivando nel 1785 al soglio cardinalizio. Non dimentica però mai la città che gli ha dato i natali: è legata al suo nome la grande riforma dello Studio ferrarese ma soprattutto convoglia verso la patria estense i doni che l'innato culto per il bello gli fa raccogliere con passione, gusto e competenza. Destinatario della sua munificenza e in gran parte (oltre che la famiglia d'origine) il Museo Pubblico, istituito nel 1758 a palazzo Paradiso, allora sede dell'Università. Tra il 1763 e il 1786 il prelato rimpingua il patrimonio delle raccolte civiche (nel suo disegno di riforma dell'istruzione superiore, il Museo occupava, ai fini formativi, un posto privilegiato insieme a Biblioteca e Accademia) con rielaborazioni e copie di capolavori scultorei dell'età classica, una serie di bronzetti di rara fattura, mosaici incorniciati in quadri (celeberrime le Colombe che si abbeverano, riprodotte sull'originale emerso nel 1737 nella villa di Adriano a Tivoli) o usati come pianali di consolle stile Impero di sublime eleganza. E accompagna ogni spedizione con minuziose e puntigliose descrizioni delle modalità di esposizione «in modo da formare una ben regolata distribuzione». L'ambizioso progetto sopravvisse tuttavia solo un cinquantennio alla sua morte, avvenuta a Perugia nel 1789. Nella seconda metà dell'Ottocento infatti molte opere d'arte furono trasferite, la dispersione colpì il cuore della collezione riminaldiana finché nel 1898, a ereditare il restante nucleo, fu Palazzo Schifanoia. Che ora, nella sua sede di Palazzo Bonacossi riporta alla luce, dopo decenni di oblio nei suoi magazzini e depositi, quell'inestimabile tesoro, peraltro stilisticamente ben accordato con i tratti barocchi degli ambienti che lo ospitano, per la prima volta visibili in tutto il loro splendore (in particolare la preziosa «Sala degli stucchi e degli specchi», così denominala per le fini istoriature e i decorativi putti agli angoli del soffitto). «E' una mostra che concepiamo come laboratorio di ricerca spiega il direttore dei Musei ferraresi d'arte antica, Angelo Andreotti per arrivare alla formulazione, entro fine 2005, di un catalogo generale del museo Riminaldi composto di circa duecento pezzi». Così ancora per tutto il prossimo anno i visitatori potranno fermarsi ammirali davanti ad autentici capolavori che musei e mostre esteri hanno ripetutamente chiesto in prestito ma nessuno ha mai potuto vedere a casa loro, come per esempio la raffinatissima litoteca che contiene, entro le due valve di cui è composta, un campionario di marmi e pietre dure, in grado di incuriosire l'erudito di stampo settecentesco per la completezza del repertorio, ma di affascinare pure chi si limita a notare la perfezione delle linee sinuose e delle rifiniture come i quattro piedi che la sorreggono, a forma di zampa leonina in bronzo dorato. Ma esemplari unici si ritrovano anche nella sezione dedicata ai bronzi che comprende opere di autori come il Giambologna o l'Algardi (di quest'ultimo è esposto l'Angelo) come pure creazioni di contemporanei al donatore (è il caso della Diana cacciatrice di Jean Baptiste II Lemoyne).