L'imbarcazione, affondata tra il 50 a.C. e il 50 d.C. e diretta in Gallia, aveva un carico di anfore per il trasporto di olio e vino V.L. «E' un'emozione straordinaria riportare alla luce, scavando con le proprie mani, oggetti rimasti sepolti in mare per duemila anni». Così Massimo Giudicelli, il responsabile tecnico dell'Explorer Team Chimera, raccontava poco più di due anni fa l'esperienza di riportare in superficie i primi coperchi dei dolia, gli enormi contenitori di terracotta nascosti nello scafo dell'antica nave romana, affondata tra il 50 a.C. e il 50 d.C., a 65 metri di profondità di fronte a Punta del Nasuto, a poca distanza dal porto di Marciana Marina sul versante occidentale dell'Isola d'Elba. Quelli del Chimera vivono un lutto profondo quanto i mari dove si immergono. Massimo Giudicelli, sommozzatore esperto e vigile del fuoco, proprio come il collega deceduto ieri, Giorgio Tinagli, è uno dei componenti storici dell'associazione di volontariato che lavora in convenzione con la Sovrintendenza ai beni archeologici di Firenze ed è protagonista delle numerose campagne di studio, avviate a partire dal 2007, sotto la guida dell'archeologa Pamela Gambogi. È un gruppo di professionisti, in alcuni casi anche sportivi, tutti appassionati di diving e di archeologia, che nel tempo libero si mettono a disposizione della Sovrintendenza per organizzare tecnicamente e realizzare operativamente le delicate operazioni di ricerca e recupero di antichi relitti. E Giorgio era uno di loro. Uno dei migliori. Campagne analoghe a quelle di Marciana Marina sono state effettuate anche sul relitto di Punta Tegli a Capraia. Realizzarle non è mai facile perché non basta saper andare sott'acqua ma occorre che ogni componente della missione rispetti il piano predisposto per l'immersione e coordini la propria azione con quella dei compagni per evitare di danneggiare i tesori nascosti. Un lavoro di precisione a 65 metri di profondità, nel caso del relitto del Nasuto, per il quale vengono utilizzate sofisticate attrezzature che, insieme alle mani dei sub, consentono ogni volta di scoprire qualcosa di più sul relitto. Con i sub dell'Explorer Team Chimera e con la Sovrintendenza collabora il Gruppo ormeggiatori di Piombino che partecipa alle campagne di ricerca mettendo a disposizione uomini e mezzi. In particolare il Phalesia, un venti metri in acciaio che si trasforma nella base logistica della missione. Il luogo della pianificazione, del confronto, dell'analisi dei risultati. Risultati importanti nel caso del relitto elbano, scoperto quasi per caso nel 2002 da un appassionato di immersioni, Giuseppe Adriani. E il motivo è semplice. Il carico di anfore che l'imbarcazione romana, forse diretta in Gallia, portava con sé è rimasto quasi intatto, protetto per duemila anni da uno spesso strato di sabbia argillosa spostata a poco a poco dai sub dell'Explorer Team Chimera che hanno scoperto le grandi bocche di dieci dolia, utilizzati per trasportare olio e vino. Oggetti piuttosto rari, anche all'epoca dei romani, come pure le navi che li trasportavano. Il relitto del Nasuto e il suo prezioso contenuto, ancora oggi non del tutto svelato, sono di straordinario interesse per gli archeologi. Quella che avrebbe dovuto essere avviata in questi giorni a Marciana Marina era la sesta campagna di studio sul relitto che, da qualche tempo, è visitabile anche da parte di sub esperti grazie alla guida di un gruppo di sommozzatori locali, l'Elba Diving Center, che non solo svolge il compito di controllare il relitto perché il suo prezioso contenuto non venga saccheggiato, ma ha recentemente ottenuto l'autorizzazione ad accompagnare turisti sul fondale. Immersioni guidate allo scoperta della misteriosa imbarcazione naufragata per una tempesta duemila anni fa. Era questo, anche questo, il mondo di Giorgio Tinagli, prima che un malore negli abissi trasformasse la passione in una tragedia.
PORTOFERRAIO. Riportava alla luce i tesori sepolti. Il sommozzatore era specializzato in archeologia marina
L'Explorer Team Chimera, un gruppo di sommozzatori e archeologi, ha scavato con le proprie mani oggetti rimasti sepolti in mare per duemila anni, tra cui coperchi dei dolia, gli enormi contenitori di terracotta nascosti nello scafo dell'antica nave romana. La nave, affondata tra il 50 a.C. e il 50 d.C., era diretta in Gallia e aveva un carico di anfore per il trasporto di olio e vino. I membri del team, guidati dall'archeologa Pamela Gambogi, hanno scoperto le grandi bocche dei dolia, utilizzati per trasportare olio e vino, e hanno recuperato oggetti piuttosto rari, come pure le navi che li trasportavano.
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