Dopo lannuncio della lunga trasferta dellEfebo di Mozia a Londra e a Los Angeles, larcheologo e sovrintendente di Trapani accusa: operazioni inutili che impoveriscono i nostri musei Il satiro o lauriga se estrapolati dal loro contesto non trasmettono valori identitari Le opere spesso sono il marginale corollario a manifestazioni sportive o politiche VIAGGIAVANO molto anche nellantichità i capolavori che abbelliscono musei e zone archeologiche siciliani. Il Satiro danzante di Mazara del Vallo quasi certamente emigrò dalla bottega di Prassitele ad Atene verso la dimora di un ricco mercante di Alessandria o della stessa Atene, da dove fu prelevato su committenza di un ricco romano per la sua villa nei pressi dellUrbe. Da lì, trafugato da Alarico, il Satiro simbarcò verso lAfrica per il suo ultimo viaggio, naufragando nelle acque del Canale di Sicilia. Lauriga, o lEracleBaal, di Mozia viaggiò poco, ma sicuramente percorse il tragitto tra Selinunte, luogo di manifattura, e lisolotto fenicio al centro dello Stagnone di Marsala. E la Dea di Morgantina? Per la sua pregevole fattura è probabile che lontana sia stata la bottega del suo artefice. E chissà se non viaggiò addirittura dal Nord-Africa giacché qualcuno, timidamente, adombra una sua sistemazione in qualche piazza o monumento di Cirene prima dellapprodo a Morgantina. Tale constatazione non ci autorizza a farli viaggiare indiscriminatamente anche oggi. Sempre più spesso, invece, tali opere diventano oggetto di desiderio da parte di enti ed istituzioni italiane e straniere interessate a farne bella mostra in margine ad eventi di tuttaltra natura che scientifica, didattica e culturale. È da qualche tempo, infatti, che si è affievolita la buona prassi di richiedere le opere dinteresse archeologico ed artistico per organizzare mostre che abbiano un interesse effettivo nel narrare una storia, le attività di un famoso protagonista del passato, le vicissitudini di un popolo o il gusto di un periodo. Le grandi mostre che lasciano il segno e hanno una grande valenza culturale ed economica sono lapprodo divulgativo di un percorso di approfondimento scientifico esposto con quella semplicità e sinteticità per nulla banale ma comprensibile anche al pubblico dei non specialisti. Ricordiamo le grandi mostre sugli Etruschi, sui Greci in Occidente, sui Fenici, sulla Prima Sicilia, su Antonello da Messina, su Federico II, sui Normanni eccetera. Da qualche tempo, purtroppo, le nostre opere girano il mondo per essere mostrate diventando semplici e banali messaggeri di un concetto di bello vetusto, artificioso e spesso stucchevole che concorre ad alimentare il classico luogo comune che si estrinseca nella puerile meraviglia del "quanterano bravi i nostri antenati!". Tali opere diventano spesso il triste sfondo o il marginale corollario di manifestazioni di ogni genere: dalle convention politiche alle manifestazioni sportive e commerciali. Niente più percorsi scientifici, niente più storie da raccontare, niente più narrazione e documentazione sulla storia della Sicilia che rimane, pertanto, nellombra. Il fatto strano è che, invece, tali operazioni sono avvalorate con la giustificazione che in tal modo si promuove la Sicilia turisticamente e, quindi, economicamente. Lesperienza porta a concludere che è vero il contrario poiché tali opere, non comprese nel loro contesto di rinvenimento e di utilizzazione, contribuiscono ad alimentare quella banale ammirazione verso il classico che, comè noto richiama alla memoria immediatamente la Grecia. In altre parole il Satiro, laurigaBaal di Mozia, le metope di Selinunte o lEfebo di Agrigento e le altre preziosità rinvenute nella nostra terra, estrapolate dal contesto, non trasmettono valori identitari della nostra Sicilia, bensì una generica quanto precisa identità classica che, giustamente non ha patria soprattutto per il pubblico che non riesce a distinguere le sottigliezze stilistiche che fanno attribuire unopera ad ambiente siceliota, piuttosto che magno-greco o attico o ionico eccetera. Anche se un indirizzo assessoriale (dimenticato?), su invito del Consiglio regionale per i Beni culturali, qualche anno, fa indicò come inamovibili oltre una dozzina di "capolavori" siciliani, non è, in linea di principio, da scartare a priori lidea che le opere, anche di pregio, viaggino. Ma a patto che ci siano determinate condizioni tali da sopportare gli inevitabili traumi che esse sopportano ad ogni minimo spostamento e che il periodo sia breve. Influiscono i traumi dello spostamento, del loro maneggiarli ancorché con la cura degli specialisti, del cambiamento di clima ed ambiente. E poi non dobbiamo dimenticare che lassenza di tali opere dalla Sicilia influisce negativamente nei flussi turistici poiché spesso depaupera i nostri musei per lunghi periodi anche in alta stagione. Allora perché correre questi rischi se i vantaggi sono minimi o addirittura nulli? Facciamolo soltanto se effettivamente il viaggio arrecherà vantaggi alla Sicilia, allopera stessa ed al pubblico. Non facciamolo se ciò reca vantaggio soltanto alle multinazionali degli eventi sportivi e alle ristrette lobbies della politica nazionale ed internazionale. Laver concesso il Satiro per la mostra su Prassitele a Parigi fu un trauma per lopera, ma fu anche un beneficio poiché avvalorò la sua attribuzione al grande artista greco e perché fu uno dei protagonisti di un evento scientifico divulgativo di grande livello e di grande significato, facendo entrare la Sicilia nel grande circuito culturale ed economico. Francamente non credo che porre uno dei nostri capolavori come testimonial di un grande evento sportivo come le Olimpiadi sia di ausilio alla Sicilia. Lesperienza delle Olimpiadi del 1996 di Atlanta lo dimostra. Durante tali eventi il pubblico guarda distratto poiché il fulcro dellinteresse è altro e dopo qualche istante loblio.
I PRESTITI SENZA VANTAGGI DEI CAPOLAVORI SICILIANI
Larcheologo e sovrintendente di Trapani accusa le operazioni di trasferimento di capolavori siciliani in musei stranieri di essere inutili e di impoverire i nostri musei. Le opere spesso sono esposte come semplici messaggeri di un concetto di bello vetusto e artificioso, anziché essere parte di un percorso di approfondimento scientifico e culturale. Il trasferimento di opere senza considerare il loro contesto di rinvenimento e di utilizzazione contribuisce ad alimentare la banale ammirazione verso il classico e non trasmette valori identitari della Sicilia.
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