LA DISTRUZIONE della memoria e dell'identità collettiva, in corso da decenni, non poteva risparmiare gli archivi, sia pubblici che privati. Considerati inutili ammassi di carte nell'era della digitalizzazione, oltre che intollerabile spreco di spazi e di risorse, si piegano a un destino gramo, soprattutto in tempi di crisi economica, quando l'ottusità paragona la cultura al superfluo. I finanziamenti vengono tagliati indiscriminatamente, da vent'anni non c'è un concorso per archivisti, è previsto che quelli in servizio vengano pensionati nel giro di un quinquennio. «...e poi non rimase nessuno», così hanno opportunamente titolato la quattro giorni conclusasi ieri, con cui l'Associazione nazionale archivistica italiana ha cercato di riportare l'attenzione su questo scempio culturale. La chiusura o l'inutilizzazione degli archivi significa negarci il diritto di sapere chi siamo, a quale Paese apparteniamo, quale sarà il nostro futuro. L'economia, la sanità, l'urbanistica, la giustizia, l'arte - oltre che la storia - non possono prescindere dai documenti conservati nei decenni, nei secoli. Sono lì le mappe di una coscienza. La radiografia di un popolo e delle sue vicissitudini si fa anche consultando gli archivi, affidandosi agli esperti - quasi sempre personale di grande capacità e abnegazione -. Solo gli idioti possono pensare che per garantire la nostra memoria basta digitare www.google.it. «Una testa senza memoria, è una piazzaforte senza guarnigione», sosteneva Napoleone. Pronta ad essere espugnata dagli invasori di turno.