Consigliare di non andare a vedere La bella Italia (che ha in cartellone Giotto, Masaccio, Michelangelo, Raffaello, Tiziano, Bernini, Algardi, Tiepolo, Canova and so on), è come parlar male di Garibaldi. A visitarla, tuttavia, montano una depressione ed una rabbia che si allentano solo quando, finalmente, si apre la porta sul Giardino di Boboli, e il sole di questo incredibile ottobre fiorentino ricorda che una bella Italia esiste davvero, e per fortuna non è quella. Il burocratico comunicato stampa dice che «nel centocinquantesimo dell'unità d'Italia, Firenze non poteva mancare di rendere omaggio a tale felice ricorrenza». Così si è pensato di rimontare a Palazzo Pitti la seconda edizione della mega-mostra celebrativa già vista alla Venaria Reale. Ma l'Italia non è antologizzabile. Il nostro non è «il paese più bello del mondo» (secondo un celebre giudizio di Stendhal citato dagli organizzatori) perché possieda molte singole opere d'arte eccellenti, ma perché consiste in un tessuto continuo, unico al mondo, di chiese, palazzi, cortili, giardini, paesaggi. E celebrare tutto questo attraverso un incrocio tra un manuale di storia della pittura e una raccolta di vedute (condito da poche sculture e da qualche oggetto sparso) è una specie di riflesso pavloviano indotto dal sistema-mercato delle mostre che ammorba la cultura artistica contemporanea. Sarebbe stato più saggio, intelligente e morale spendere quei soldi (più di un milione e mezzo di euro) per offrire un viaggio lungo tutta la penisola ai più meritevoli tra gli italiani che nel 2011 compiono diciotto anni, o magari per finanziare un film che ripercorresse la magnifica serie dell'Italia vista dal cielo realizzata da Folco Quilici quarant'anni fa. Anche a dimenticarsi di tutto questo, l'impressione è disastrosa. La Bella Italia è il tipico esempio di come non si progetta una mostra: cioè a tavolino e in astratto, fingendo che Roma sia un po' di antico (sarcofagi, busti e rilievi mescolati a casaccio) e un po' di sacro (accostando busti papali barocchi e triregni ottocenteschi), Napoli sia il Vesuvio e la Spagna, Venezia i ritratti dell'oligarchia, e così via, per ovvissimi luoghi comuni. Ma se in un libro illustrato tutto questo può forse funzionare (magari senza grandi entusiasmi), una mostra deve fare i conti con i rapporti figurativi, qualitativi e dimensionali tra le opere, con gli spazi dell'allestimento e con la percezione del povero visitatore. E invece la mostra si diffonde come una metastasi dentro il gran corpo di Pitti, finendo per disperdersi in sale monumentali (surreali i calchi moderni, in cemento, dalla Colonna Traiana spiaggiati contro gli affreschi secenteschi dell'appartamento estivo), o costiparsi in ambienti minuscoli (con la grande Annunciazione sabauda di Orazio Gentileschi quasi appoggiata per terra), provocando effetti esilaranti (un San Domenico catalano di fine Duecento in fitto dialogo con un ritratto borbonico di Ferdinando Liani), o terrificanti (il sublime e fragilissimo Francesco I d'Este di Bernini umiliato ad altezza posacenere, a guardare intensamente una uscita d'emergenza verdefregiata). Mai come in questo caso sarebbe stato necessario un apparato didattico che provasse a dare un senso a questo guazzabuglio, che non ha niente di storico-artistico, niente di storico, pochissimo di ideologico e quasi tutto di pretestuosamene occasionale . E invece i cartellini sono così reticenti che i più ignari e remoti tra i turisti penseranno di passeggiare tra gli stands di una incredibile mostra internazionale dell'antiquariato. Come è possibile viene da chiedersi mettere a segno un simile autogoal proprio volendo celebrare gli altissimi fasti artistici dell'Italia unita? Lo sconcerto è tale che quando si apprende che il capo dei curatori della Bella Italia è il direttore dei Musei Vaticani viene un terribile sospetto: non è che a Palazzo Pitti si sta consumando un'occulta vendetta vaticana, in anticipo di nove anni sul centocinquantesimo anniversario della Breccia di Porta Pia?