Fabio Isman: «Le mostre spesso sono solo feticci che portano in giro opere isolate dal loro contesto» Sono arrabbiati e compatti, stanchi di sentir parlare di grandi eventi e grandi mostre. Fremono quando i beni culturali vengono considerati risorsa economica e volano del turismo. Il fronte degli «indignati dell'arte» si allarga e fa proseliti, a giudicare dall'affollato dibattito che si è svolto ieri alla Feltrinelli di piazza dei Martiri, a Napoli, in occasione della presentazione del libro di Tomaso Montanari A cosa serve Michelangelo? (Einaudi). Capofila della pattuglia di strenui difensori del patrimonio artistico nel suo valore civile è Salvatore Settis, che oggi sarà insignito di un Premio Napoli speciale nel corso dell'incontro dedicato all'«Elogio del bene comune», introdotto dal sindaco Luigi De Magistris e concluso dal magistrato Raffaele Cantone (letture Toni Servillo, ore 17 nella Galleria di Palazzo Zevallos Stigliano, sede museale di Intesa Sanpaolo, via Toledo 185). Ieri Settis ha tratteggiato i contorni della «drammatica situazione italiana», sottolineando che la discussione politica degli ultimi anni in materia si è interessata solo delle competenze e dei relativi conflitti tra Paolo Maddalena: «La Costituzione dà ragione a Montanari; il patrimonio artistico è un bene comune» Stato e regioni, senza toccare il cuore dei problemi. «Il paradosso», ha aggiunto Settis, «è che nello scorso agosto il sindaco di Agrigento ha potuto annunciare con enfasi che i siciliani si erano ripresi i templi, perché tornati sotto la tutela della Regione. Ma di chi erano quando appartenevano allo Stato? Non di tutti i cittadini?». Da qui alla «svendita» dei beni culturali il passo potrebbe rivelarsi breve. E se per ora il sindaco può ipotizzare di offrire all'asta i templi solo per provocazione, il passo segnato dalla riforma del titolo V della Costituzione (attuato dal centro sinistra) ha aperto negli ultimi anni prospettive prima inedite eppure già metabolizzate da tutte le parti politiche. Ad azioni concrete, dal canto suo, invita Mirella Barracco, che ha festeggiato ieri i 27 anni della sua Fondazione Napoli 99, nata il 13 ottobre del 1984: tra i fondatori anche Franco Miracco, storico dell'arte e consigliere del ministro Galan, che ha partecipato alla discussione alla Feltrinelli. «Non bastano più le parole», ha avvertito la presidente, «bisogna respingere l'uso strumentale e sbagliato del patrimonio artistico». L'«evento» oggi sostituisce il «monumento»: la tesi di Montanari è tutta contro la spettacolarizzazione della cultura, che così ridotta non serve a nulla, o meglio non serve a quello per cui dovrebbe nascere cioè una crescita umana e civile e spesso non produce nemmeno gli sperati benefici economici. Dello stesso parere Fabio Isman, giornalista e saggista del «Messaggero» che ha rimarcato: «Poche mostre risultano davvero eventi culturali, spesso sono solo feticci che portano in giro opere isolate dal contesto storico e sociale in cui nacquero. E poi i beni culturali ormai sono associati agli spettacoli: è evidente nei giornali, e Veltroni lo sancì durante il suo ministero». Sul versante giuridico è intervenuto il giudice costituzionale Paolo Maddalena: «La Costituzione», ha detto, «dà pienamente ragione a Montanari. Tra l'altro il patrimonio storico-artistico va considerato come un bene comune, secondo un dibattito di grande attualità, e come tale deve essere inalienabile». Ad applaudire i relatori, che nel corso della serata hanno più volte richiamato i loro «numi tutelarlo Francis Haskell e Giulio Carlo Argan, c'erano molti volti noti, dal fotografo Mimmo Iodice all'ex soprintendente Nicola Spinosa, dal politologo Massimo Galluppi a Marta Herling dell'Istituto Croce. A quanto pare tutti contrari alla politica culturale dell'«evento», che tante giunte di destra e sinistra continuano a inseguire. L'amministrazione de Magistris è avvertita.