Ultime battute per i restauri della chiesa di SantAndrea, nellomonima piazza alla destra del tempio di San Domenico. Mancano solo le rifiniture nei corpi retrostanti e la chiesa degli Aromatari sarà riaperta al pubblico. Già da domenica la chiesa, ormai sconsacrata, di proprietà dellOrdine dei farmacisti di Palermo, sarà inaugurata nel tardo pomeriggio e restituita alla città. Un altro piccolo tassello del centro storico recuperato, grazie ai lavori appaltati dalla Soprintendenza dei beni culturali tre anni fa. I restauri, diretti dallarchitetto Andrea Mangione, hanno interessato non solo il prospetto tardo cinquecentesco ma anche linterno e la parte posteriore, dove un tempo erano lalloggio del parroco e una piccola spezieria destinata ai poveri del quartiere. Ha una storia lunga la chiesa di SantAndrea. Fu costruita nella loggia degli Amalfitani, che si stabilirono sin dallepoca normanna in un borgo compreso fra la Cala, la piazza Imperiale (oggi San Domenico) e la Vucciria; la sua presenza rimonta almeno al 1264, essendo citata in un atto testamentario che dispone legati alla chiesa. Nel 1346 vi fu fondata una confraternita che interveniva alla processione del Corpus Domini portando la statua di SantAndrea, patrono degli Amalfitani. Lapostolo, martirizzato a testa in giù a Patrasso con una croce a X (da cui il nome della croce), continuò a predicare il verbo di Cristo sino alla fine. Le sue reliquie furono trasferite a Costantinopoli e da lì trafugate da commercianti amalfitani che le ricomposero nel loro duomo. A dire di Valerio Rosso, nella chiesa palermitana cera un reliquiario in argento contenente una piccola parte del corpo. Solo dal 1579 a questa confraternita furono aggregati gli aromatarii o speziali, cioè i farmacisti, che riedificarono la chiesa nelle forme attuali. Lesterno, a due ordini, è scandito da tre aperture con lesene e un bel portale in pietra dintaglio. Allinterno sono le otto colonne di pietra di Billiemi a regolamentare la pianta a croce greca. La finta cupola, progettata dallaromataio Giuseppe Quattrosi, presenta una fuga prospettica di fattura ottocentesca. La pareti sono bianche su cui risaltano decori ocra e rosso pompeiano. Sul pavimento cè ancora una lapide in cui si legge la fatale scritta in latino "I farmaci a nulla giovano, la morte vince tutto".